1. Bottom-up e top-down: due direzioni del cambiamento
Nel panorama delle psicoterapie contemporanee per il trauma, una distinzione fondamentale separa gli approcci top-down dagli approcci bottom-up. I primi — le terapie cognitive, narrative, la terapia psicodinamica classica — lavorano attraverso il linguaggio, il significato, la razionalizzazione: partono dalla corteccia e tentano di raggiungere il corpo. I secondi — il Somatic Experiencing, la psicoterapia sensoriomotoria, il Disegno Guidato — partono dal corpo, dalle sensazioni, dagli impulsi motori, e risalgono verso le strutture corticali superiori.
Questa distinzione non è meramente tecnica: riflette una comprensione profonda di come il trauma si inscrive negli esseri umani. Il trauma si deposita nelle strutture subcorticali — nel tronco encefalico, nel sistema limbico — e si manifesta attraverso il corpo prima ancora che attraverso il pensiero. Un approccio che tenti di raggiungere queste strutture esclusivamente attraverso il linguaggio e la razionalità affronta un limite biologico fondamentale: il cervello traumatizzato è spesso incapace di utilizzare le risorse cognitive superiori proprio nei momenti in cui ne ha più bisogno (Porges, 2011).
Cornelia Elbrecht ha praticato il Disegno Guidato per quarant’anni prima di trovare nelle neuroscienze il linguaggio teorico adeguato a descrivere ciò che già faceva intuitivamente: lavorare dal basso verso l’alto, dal corpo verso la mente, dall’impulso motorio verso il significato (Elbrecht, 2018). L’incontro con il lavoro di Peter Levine sul Somatic Experiencing ha fornito la struttura concettuale mancante.
2. Il sistema nervoso autonomo come bussola terapeutica
La teoria polivagale di Stephen Porges (2011) ha rivoluzionato la comprensione del sistema nervoso autonomo e delle sue implicazioni per la psicoterapia del trauma. In questa prospettiva, il sistema nervoso autonomo non è semplicemente diviso in simpatico e parasimpatico: include tre stati gerarchicamente organizzati che determinano la qualità della nostra presenza nel mondo e nelle relazioni.
Il primo stato — quello del nervo vago ventrale — è associato alla sicurezza, all’apertura sociale, alla curiosità, all’impegno. È lo stato in cui la terapia è possibile e in cui l’apprendimento avviene. Il secondo stato — quello del sistema simpatico — è associato alla mobilitazione: l’attivazione per la lotta o la fuga. Il terzo stato — quello del nervo vago dorsale — è associato all’immobilizzazione: il congelamento, il collasso, la dissociazione.
Il trauma cronico spinge spesso il sistema nervoso verso oscillazioni tra stati di iperattivazione simpatica e stati di collasso dorsale, rendendo difficile o impossibile mantenersi nel territorio sicuro del nervo vago ventrale. L’arteterapeuta che conosce questa mappa può leggerla nel corpo del cliente — nella postura, nel respiro, nel ritmo del tratto sul foglio — e intervenire per favorire la regolazione.
In termini pratici, questo significa che prima ancora di lavorare con il contenuto delle immagini, l’arteterapeuta somatico lavora con lo stato del sistema nervoso del cliente. La scelta dei materiali, il ritmo delle sessioni, la qualità della presenza del terapeuta, le istruzioni per il respiro e il movimento — tutto è calibrato per mantenere il cliente nella finestra di tolleranza, quella zona in cui l’attivazione è sufficiente per l’elaborazione ma non così intensa da innescare la dissociazione.
3. Il felt sense: un sesto senso terapeutico
Eugene Gendlin, filosofo e psicologo dell’Università di Chicago, ha identificato e teorizzato una forma di conoscenza corporea che precedeva e fondava ogni conoscenza linguistica: il felt sense, il senso sentito (Gendlin, 1978). Non si tratta di un’emozione nel senso comune del termine: è una percezione corporea olistica, vaga e sfumata nella sua prima comparsa, che porta in sé molto più di quanto riusciamo facilmente a pensare o a sentire riguardo a una situazione specifica.
Il felt sense non è la paura: è “qualcosa di contratto, di pesante nel petto, come se non ci fosse aria — ma anche qualcosa di arrabbiato, sotto”. Ha una qualità di immediatezza, di qui-e-ora, ed è transitorio e mutevole. Emerge dalla nostra capacità di prestare attenzione al corpo dall’interno, non di osservarlo dall’esterno.
Gendlin sviluppò il focusing come protocollo per accedere al felt sense e lavorarci terapeuticamente. Il processo prevede alcune fasi fondamentali: fare spazio — portare l’attenzione nel corpo e riconoscere ciò che è presente senza tentare di risolverlo; identificare il felt sense di una situazione specifica; trovare le parole, le immagini o i gesti che meglio lo descrivono; verificare se questi risuonano nel corpo come “giusti”. Quando si trova la corrispondenza esatta, si percepisce un allentamento fisico, un piccolo rilascio di tensione — quello che Gendlin chiamava felt shift.
Nell’arteterapia somatica, il felt sense diventa la bussola del processo creativo. Il cliente non è invitato a disegnare “quello che sente” in senso generico, ma a fermarsi, a portare l’attenzione nel corpo, a sentire il felt sense di un’esperienza specifica — e poi a lasciare che la mano tracci ciò che emerge da quella percezione corporea. L’immagine prodotta non è un’illustrazione dell’esperienza: è una risposta corporea a essa.
4. Somatic Experiencing e arteterapia: un dialogo fecondo
Il Somatic Experiencing (SE) di Peter Levine parte da un’osservazione naturalistica: gli animali in natura, pur vivendo costantemente situazioni di pericolo letale, raramente sviluppano sintomi post-traumatici paragonabili a quelli umani. Questo perché completano istintivamente il ciclo biologico della risposta di difesa — lotta, fuga, immobilizzazione — scaricando l’energia mobilizzata attraverso il tremore, il respiro profondo, il movimento. Gli esseri umani, inibiti da aspettative sociali, blocchi cognitivi e vergogna, spesso interrompono questo ciclo, lasciando l’energia difensiva non scaricata nel sistema nervoso (Levine, 2010).
Il trauma, in questa prospettiva, non è principalmente l’evento spaventoso: è l’energia di sopravvivenza rimasta intrappolata nel corpo, il ciclo biologico incompiuto. La guarigione non passa necessariamente attraverso il racconto dell’evento traumatico — che può persino rinforzare i pattern traumatici — ma attraverso il completamento delle risposte difensive interrotte.
L’arteterapia offre un contesto ideale per questo completamento. Il movimento delle mani sul foglio può diventare il canale attraverso cui un’azione difensiva bloccata — spingere, afferrare, colpire, costruire una barriera — trova espressione simbolica e corporea simultaneamente. Elbrecht (2018) descrive tecniche specifiche per facilitare questo processo: il disegno di forme angolari e direzionali per mobilizzare le risposte di lotta-fuga, forme rotonde e contenenti per favorire il radicamento e la sicurezza, ritmi alternati tra i due poli per integrare le risposte opposte.
5. Le arti espressive oltre il linguaggio verbale
Cathy Malchiodi (2020) ha dedicato decenni allo studio e alla pratica delle terapie espressive nel trattamento del trauma. La sua posizione centrale è che il trauma — per la sua natura sensoriale, corporea, pre-verbale — richieda interventi che lo incontrino a questo stesso livello. Le arti espressive — arteterapia, musicoterapia, danzamovimentoterapia, teatro terapeutico, scrittura creativa, gioco immaginativo — condividono questa capacità di bypassare le difese cognitive e accedere direttamente alle memorie implicite.
Non si tratta semplicemente di trovare un’alternativa alle parole per chi non riesce a parlare. Si tratta di riconoscere che certe esperienze hanno una struttura fondamentalmente non-verbale, e che tentare di tradurle forzatamente nel linguaggio può impoverirle o distorcerle. L’immagine, il ritmo, il gesto, la melodia hanno una capacità di contenere la complessità dell’esperienza traumatica che le parole non sempre possiedono.
Malchiodi introduce il concetto di action systems — sistemi di azione — per descrivere come le terapie espressive attivino simultaneamente sistemi neurobiologici diversi: l’esplorazione, la difesa, la regolazione dell’energia, l’attaccamento, la giocosità. Questi sistemi, spesso dissociati nel trauma, possono essere riattivati e reintegrati attraverso il fare creativo.
6. Orientate all’azione: la specificità delle terapie espressive
La caratteristica più distintiva delle terapie espressive — e quella clinicamente più rilevante per il trattamento del trauma — è la loro natura action-oriented. Non chiedono al cliente di raccontare il trauma: lo invitano a fare qualcosa con esso. Disegnare, modellare, muoversi, cantare, recitare — tutti questi atti implicano una presa di posizione attiva rispetto all’esperienza, un’agentività che il trauma spesso ha sottratto.
Questa agentività non è solo simbolica: è somatica. Quando un cliente che ha vissuto un’esperienza di impotenza riesce a spingere con forza le mani sulla carta, a dare colore a una rabbia rimasta bloccata, a costruire con l’argilla una forma che contenga il dolore — sta compiendo un’azione che il corpo registra come reale. Il sistema nervoso non distingue tra l’azione reale e l’azione simbolicamente autentica: registra l’agentività come tale.
Brooke e Miraglia (2015) documentano come questo principio si applichi trasversalmente alle diverse terapie creative nel trattamento del lutto e della perdita: l’azione creativa permette di fare qualcosa con un dolore rispetto al quale si è spesso sentiti passivi e impotenti, trasformando la posizione dell’individuo da vittima della perdita ad agente del proprio processo di guarigione.
7. Integrazione clinica: lavorare a più livelli
L’approccio bottom-up non esclude il lavoro top-down: li integra in una sequenza clinicamente informata. La ricerca mostra che i migliori risultati nel trattamento del trauma complesso si ottengono quando l’intervento include sia la regolazione somatica (bottom-up) che l’elaborazione narrativa e cognitiva (top-down), in una sequenza che rispetti i tempi del sistema nervoso del cliente (van der Kolk, 2014).
In pratica, questo significa che l’arteterapeuta somatico inizia spesso ogni sessione portando l’attenzione nel corpo — con esercizi di grounding, respiro consapevole, scansione corporea — prima di invitare il cliente a iniziare il processo creativo. Nel corso della sessione, alterna momenti di creazione attiva a momenti di pausa e riflessione corporea, permettendo al sistema nervoso di integrare prima di procedere. Al termine della sessione, dedica tempo alla chiusura e alla stabilizzazione, assicurandosi che il cliente esca dalla sessione in uno stato regolato.
La formazione continua, la supervisione regolare e la propria pratica somatica personale sono fondamentali per l’arteterapeuta che lavora in questo modo. Lavorare con il corpo del cliente richiede di avere un rapporto vivo e consapevole con il proprio.
Bibliografia
- Brooke, S. L., & Miraglia, D. A. (Eds.). (2015). Using the creative therapies to cope with grief and loss. Charles C Thomas.
- Elbrecht, C. (2018). Healing trauma with guided drawing: A sensorimotor art therapy approach to bilateral body mapping. North Atlantic Books.
- Gendlin, E. T. (1978). Focusing. Everest House.
- Levine, P. A. (2010). In an unspoken voice: How the body releases trauma and restores goodness. North Atlantic Books.
- Levine, P. A., & Frederick, A. (1997). Waking the tiger: Healing trauma. North Atlantic Books.
- Malchiodi, C. A. (2020). Trauma and expressive arts therapy: Brain, body, and imagination in the healing process. Guilford Press.
- Ogden, P., Minton, K., & Pain, C. (2006). Trauma and the body: A sensorimotor approach to psychotherapy. Norton.
- Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. Norton.
- Scaer, R. (2014). The body bears the burden: Trauma, dissociation, and disease (3rd ed.). Routledge.
- Van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.



