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1. Il trauma complesso nell’adolescenza
I bambini e gli adolescenti nel sistema di affido hanno quasi sempre vissuto ciò che i ricercatori definiscono “trauma complesso” o “trauma evolutivo”: un trauma di natura interpersonale, risultato di violenza, sfruttamento, trascuratezza o abuso, subito durante periodi critici dello sviluppo. A differenza del trauma semplice — un singolo evento acuto — il trauma complesso è per definizione cronico, ripetuto nel tempo, e ha origine nelle relazioni che avrebbero dovuto offrire protezione e cura (Herman, 1992).
Van der Kolk (2005) ha documentato come il maltrattamento infantile durante le finestre di sviluppo sensibili abbia un impatto profondo e duraturo sui domini cognitivo, socio-emotivo e interpersonale. I bambini esposti a trauma complesso presentano frequentemente: difficoltà di regolazione emotiva (esplosioni di rabbia, stati di paura o angoscia sproporzionati), alterazioni della coscienza (dissociazione, stati confusionali), percezione di sé distorta (vergogna profonda, senso di essere “cattivi” o “irriparabili”), difficoltà relazionali gravi, e compromissione della capacità di pensiero riflessivo e mentalizzazione.
Queste presentazioni cliniche complesse richiedono approcci terapeutici specializzati — e una particolare attenzione alla dimensione dell’attaccamento, dato che il trauma è avvenuto proprio nel contesto delle relazioni di attaccamento primarie.
2. Il sistema di affido: specificità e complessità
Il sistema di affido — pensato per proteggere i bambini dai contesti familiari pericolosi — introduce di per sé esperienze di perdita e discontinuità che si sovrappongono al trauma originario. Un bambino inserito in affido ha già perso la propria famiglia d’origine — per quanto imperfetta; viene collocato in un contesto familiare nuovo, con adulti sconosciuti, regole diverse, aspettative implicite che non conosce; può subire più spostamenti nel corso degli anni, con conseguenti rotture ripetute dei legami affettivi che aveva iniziato a costruire.
Questa serie di perdite e discontinuità — sovrapposte al trauma originario — produce quello che Lieberman e Van Horn (2008) descrivono come “trauma cumulativo”: ogni nuova esperienza di perdita si somma alle precedenti, abbassando progressivamente la soglia di attivazione del sistema di risposta allo stress e rendendo sempre più difficile costruire nuovi legami sicuri.
Per l’adolescente in affido, la situazione è ulteriormente complicata dai compiti evolutivi dell’adolescenza stessa: la costruzione dell’identità, la separazione dalla famiglia, lo sviluppo delle relazioni con i pari, la gestione dell’intimità romantica — tutti compiti che richiedono, come sfondo, una base sicura di attaccamento che l’adolescente in affido spesso non ha mai potuto sviluppare.
3. Le finestre di sviluppo sensibili e l’impatto del trauma precoce
Il cervello in sviluppo è plastico — capace di apprendimento e adattamento — ma questa plasticità lo rende anche particolarmente vulnerabile agli effetti del trauma. Esistono periodi critici — finestre di sviluppo sensibili — in cui l’impatto delle esperienze negative è particolarmente profondo e duraturo, perché riguarda sistemi neurobiologici ancora in costruzione.
Nei primissimi anni di vita, il sistema limbico, l’asse dello stress e le basi neurobiologiche della regolazione emotiva si sviluppano in interazione continua con le figure di attaccamento primarie. Un bambino con un caregiver sensibile e responsivo sviluppa sistemi di regolazione dello stress robusti e flessibili; un bambino con un caregiver imprevedibile, spaventante o assente sviluppa sistemi di regolazione dello stress dysregolati — iperreattivi o iporesponsivi — che persistono nel tempo anche in assenza di ulteriori traumi (Schore, 2012).
Questo significa che per molti adolescenti in affido, le difficoltà cliniche che presentano non riflettono la loro volontà, le loro intenzioni o il loro carattere: riflettono l’adattamento del loro sistema nervoso a condizioni di sviluppo avverse. Comprendere questo non è semplicemente un esercizio di empatia: è una necessità clinica che orienta la scelta degli interventi e la gestione delle aspettative terapeutiche.
4. L’attaccamento disorganizzato e le sue manifestazioni cliniche
Il pattern di attaccamento più frequente negli adolescenti con storia di abuso e trascuratezza è quello disorganizzato. Come già discusso in relazione agli adulti, l’attaccamento disorganizzato emerge dalla situazione paradossale in cui la figura di attaccamento è al contempo fonte di paura e unica risorsa di protezione disponibile. Il bambino non può avvicinarsi (il caregiver è pericoloso) ma non può neanche allontanarsi (il caregiver è l’unica protezione): rimane in uno stato di collasso del sistema comportamentale di attaccamento.
Nell’adolescente, l’attaccamento disorganizzato si manifesta in forme diverse da quelle osservabili nel bambino piccolo. Sul piano relazionale: oscillazione rapida tra idealizzazione e svalutazione delle figure significative, tendenza a provocare la rottura delle relazioni prima di esserne abbandonati, difficoltà a tollerare l’intimità e la dipendenza, test ripetuti della disponibilità degli adulti attraverso comportamenti provocatori. Sul piano emotivo: esplosioni di rabbia o stati di paura intensa che sembrano sproporzionati rispetto al contesto, difficoltà a identificare e denominare le proprie emozioni, tendenza alla dissociazione in momenti di stress. Sul piano cognitivo: difficoltà di mentalizzazione — di cogliere la prospettiva dell’altro — e di pensiero riflessivo sulle proprie esperienze (Lyons-Ruth & Jacobvitz, 2008).
Per il clinico, riconoscere questi pattern come manifestazioni del trauma relazionale — piuttosto che come “patologia del carattere” o “manipolazione intenzionale” — è fondamentale non solo per la comprensione clinica, ma per il mantenimento di un atteggiamento terapeutico non punitivo e non reattivo di fronte alle provocazioni.
5. L’AAP adattato agli adolescenti
L’AAP — originariamente sviluppato per gli adulti — è stato adattato e validato per l’uso con gli adolescenti, offrendo ai clinici uno strumento empiricamente fondato per valutare lo stato mentale rispetto all’attaccamento in questa fascia d’età. La versione per adolescenti utilizza gli stessi stimoli visivi dell’AAP adulto, ma le istruzioni sono adattate al livello di sviluppo e alla comprensione tipica dell’adolescente.
La valutazione con l’AAP fornisce informazioni preziose su come l’adolescente organizza le proprie esperienze di attaccamento: se è capace di cercare supporto quando ne ha bisogno, come si comporta di fronte alla solitudine o alla malattia, cosa immagina accada alle figure di cura nelle situazioni di distress. Queste informazioni orientano direttamente la pianificazione del trattamento: un adolescente con pattern fortemente distanziante ha bisogno di un approccio diverso da uno con pattern preoccupato, che a sua volta richiede interventi diversi rispetto a uno con lutto irrisolto.
Oltre alla funzione valutativa, le immagini dell’AAP possono essere utilizzate come punto di partenza per conversazioni terapeutiche altrimenti difficili da avviare. Per un adolescente che non riesce a parlare direttamente delle proprie esperienze di perdita o di separazione, costruire una storia per l’immagine di un bambino davanti a una finestra può essere un’entrata possibile in un territorio emotivo altrimenti inaccessibile.
6. Valutazione clinica e pianificazione del trattamento
La valutazione dell’adolescente in affido deve andare ben oltre la raccolta della storia dei traumi subiti — che è necessaria ma non sufficiente. Una valutazione clinica adeguata include: la valutazione del pattern di attaccamento (con strumenti come l’AAP), la valutazione della capacità di regolazione emotiva e di mentalizzazione, la valutazione dei punti di forza e delle risorse — spesso trascurate in una valutazione centrata esclusivamente sulla patologia.
La pianificazione del trattamento deve tenere conto della fase del trattamento. La fase 1 — stabilizzazione e sviluppo delle risorse — è quasi sempre necessaria e spesso richiede molto più tempo di quanto si anticipi. Con gli adolescenti in affido, la stabilizzazione include il lavoro sulla regolazione emotiva, sulle abilità di coping, sulla costruzione di una rete di supporto, e spesso il lavoro con la famiglia affidataria per creare le condizioni di una base sicura nella vita quotidiana dell’adolescente.
La fase 2 — elaborazione del trauma — può avvenire solo quando la stabilizzazione è sufficientemente consolidata. Procedere troppo in fretta verso l’elaborazione con adolescenti che non hanno ancora le risorse di regolazione necessarie può produrre destabilizzazione e deterioramento clinico invece di miglioramento.
7. Intervento arteterapeutico con gli adolescenti in affido
L’arteterapia offre un contesto particolarmente indicato per il lavoro terapeutico con gli adolescenti in affido, per diverse ragioni convergenti. Prima di tutto, incontra l’adolescente in un territorio che non è esplicitamente “terapia” — spesso una parola carica di stigma e resistenza. Fare arte è fare qualcosa, non solo parlare: e questo elemento di azione e di controllo è prezioso per adolescenti che hanno vissuto esperienze di profonda impotenza.
In secondo luogo, l’arteterapia permette la comunicazione di esperienze che il linguaggio verbale non riesce a contenere. Molte delle esperienze traumatiche degli adolescenti in affido risalgono a periodi preverbali o sono state traumaticamente dissociate dalla memoria narrativa: il colore, la forma, il gesto possono essere i canali attraverso cui questi strati di esperienza trovano finalmente una via di espressione.
Alcune tecniche arteterapeutiche specificamente indicate con questa popolazione: la mappa del corpo — disegnare un contorno del proprio corpo e colorare o decorare le zone che portano esperienze specifiche — permette di lavorare con le memorie somatiche del trauma in modo graduale e controllato. Il collage identitario — creare un’immagine del proprio sé attraverso ritagli, fotografie, disegni — supporta il lavoro identitario tipico dell’adolescenza, permettendo di esplorare le diverse facce di sé in un formato non verbale. Le forme primarie del Disegno Guidato — in particolare le forme di contenimento e radicamento — offrono risorse somatiche concrete per la regolazione del sistema nervoso.
8. Lavorare con il sistema: famiglia affidataria, servizi, scuola
Il trattamento dell’adolescente in affido non può prescindere dal lavoro con il sistema che lo circonda. La famiglia affidataria è il contesto di vita quotidiano dell’adolescente: se i genitori affidatari non comprendono le origini traumatiche dei comportamenti dell’adolescente, se reagiscono alle sue provocazioni con risposte punitive o rifiutanti, se non riescono a mantenere la stabilità e la coerenza necessarie per la costruzione di un attaccamento sicuro, anche il lavoro terapeutico individuale più efficace avrà effetti limitati.
Il lavoro con i genitori affidatari include la psicoeducazione sul trauma e sull’attaccamento — aiutarli a comprendere che i comportamenti difficili dell’adolescente sono adattamenti al trauma, non attacchi personali — e il coaching sulle strategie di risposta che favoriscono la sicurezza piuttosto che la reattività. Programmi come il TBRI (Trust-Based Relational Intervention) di Karyn Purvis sono stati specificamente sviluppati per lavorare in questa direzione (Purvis et al., 2013).
Il coordinamento con i servizi sociali e con la scuola è altrettanto fondamentale. Gli insegnanti che comprendono le basi del trauma possono diventare una risorsa terapeutica preziosa: la relazione con un insegnante stabile, responsivo e non reattivo può essere un’esperienza relazionale correttiva significativa. Le scuole che adottano pratiche trauma-informed — spazi di calma invece di sanzioni punitive, approcci collaborativi alla risoluzione dei conflitti, formazione dei docenti sul trauma — creano le condizioni per cui il lavoro terapeutico individuale può attecchire e svilupparsi.
9. Sfide cliniche e prospettive di sviluppo
Il lavoro clinico con gli adolescenti in affido è tra i più impegnativi e più significativi che un clinico possa affrontare. Le sfide sono molteplici: la complessità della presentazione clinica, la necessità di coordinamento con sistemi multipli spesso frammentati, la tendenza dell’adolescente a mettere alla prova la disponibilità del terapeuta attraverso comportamenti che attivano il controtransfert, e il rischio di burnout per chi lavora costantemente con traumi gravi.
La supervisione regolare — individuale e di gruppo — è non opzionale in questo contesto. Il lavoro in équipe multiprofessionale, quando possibile, permette di distribuire il peso clinico e di offrire all’adolescente una rete di supporto più robusta di quella che un singolo terapeuta può offrire. La cura di sé del clinico — la propria regolazione somatica, la propria elaborazione delle esperienze di vicarious trauma — non è un lusso ma una necessità professionale.
Le prospettive di sviluppo in questo campo sono incoraggianti. La ricerca sulla plasticità cerebrale in adolescenza — il cervello adolescente è sorprendentemente plastico, non solo vulnerabile — indica che interventi tempestivi e adeguati possono produrre cambiamenti significativi anche in presentazioni cliniche complesse. Il crescente interesse per approcci integrati — che combinino la valutazione dell’attaccamento con l’arteterapia, il Somatic Experiencing, il lavoro narrativo e l’intervento sul sistema familiare — offre strumenti sempre più sofisticati per rispondere alla complessità di questa popolazione.
Bibliografia
- George, C., West, M., & Pettem, O. (2021). Working with attachment trauma: Clinical application of the Adult Attachment Projective Picture System. Guilford Press.
- Herman, J. L. (1992). Trauma and recovery: The aftermath of violence—from domestic abuse to political terror. Basic Books.
- Lieberman, A. F., & Van Horn, P. (2008). Psychotherapy with infants and young children: Repairing the effects of stress and trauma on early attachment. Guilford Press.
- Lyons-Ruth, K., & Jacobvitz, D. (2008). Attachment disorganization: Genetic factors, parenting contexts, and developmental transformation from infancy to adulthood. In J. Cassidy & P. R. Shaver (Eds.), Handbook of attachment (2nd ed., pp. 666–697). Guilford Press.
- Purvis, K. B., Cross, D. R., Dansereau, D. F., & Parris, S. R. (2013). Trust-based relational intervention (TBRI): A systemic approach to complex developmental trauma. Child & Youth Services, 34(4), 360–386.
- Schore, A. N. (2012). The science of the art of psychotherapy. Norton.
- Van der Kolk, B. A. (2005). Developmental trauma disorder: Toward a rational diagnosis for children with complex trauma histories. Psychiatric Annals, 35(5), 401–408.
- Van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.
- Zeanah, C. H., & Gleason, M. M. (2015). Annual research review: Attachment disorders in early childhood—clinical presentation, causes, correlates, and treatment. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 56(3), 207–222.


