📋 Indice
- Parte prima: Il sogno nell’arteterapia junghiana
- 1. Il sogno come messaggero, non come maschera
- 2. Struttura drammatica e lavoro clinico
- 3. L’amplificazione: dal sogno al mito
- 4. Vignette cliniche: il sogno in azione
- Parte seconda: L’acqua come simbolo dell’inconscio
- 5. L’immaginazione materiale: non come appare, ma di cosa è fatto
- 6. Acque chiare e acque profonde
- 7. L’acqua nei sogni e nei materiali
- 8. Acque aggressive, acque che liberano
- Parte terza: La rêverie – il sogno a occhi aperti
- 9. Uno stato di coscienza aperta
- 10. Sognatori di parole e sognatori di immagini
- 11. Rêverie, infanzia e spontaneità creativa
- Conclusione: Dove l’acqua incontra il sogno
- Riferimenti bibliografici
Immagini oniriche, acque dell’anima e rêverie nella pratica arteterapeutica
Anna sogna un ponte che crolla mentre cerca di attraversarlo. Dawn è inseguita da una figura oscura che, quando la disegna, rivela un volto familiare e quasi tenero. Ellen vede un’acqua che sale, e quando la dipinge scopre che il pericolo si trasforma in immersione, poi in nuoto. Questi frammenti clinici condividono un tratto comune: il passaggio dall’immagine onirica all’immagine creata apre possibilità che la sola parola non avrebbe raggiunto.
Questo articolo esplora il territorio in cui sogni, immaginazione e inconscio si incontrano nella pratica arteterapeutica, intrecciando tre tradizioni di pensiero: l’approccio junghiano al sogno come messaggero autentico dell’inconscio, la fenomenologia materiale dell’acqua sviluppata da Gaston Bachelard, e la poetica della rêverie come stato creativo di coscienza aperta. Il filo conduttore è l’acqua – che Jung stesso definiva il simbolo più comune dell’inconscio – e il modo in cui le sue immagini attraversano sogni, creazione artistica e processo terapeutico.
Parte prima: Il sogno nell’arteterapia junghiana
1. Il sogno come messaggero, non come maschera
I sogni occupano un posto centrale nella psicologia analitica. Per Jung, il sogno non è – come pensava Freud – un guardiano del sonno che maschera desideri proibiti, ma un messaggero autentico dell’inconscio: porta immagini che riflettono lo stato reale della psiche, segnalano squilibri, suggeriscono direzioni di crescita. La differenza è fondamentale: per Freud il sogno nasconde, per Jung il sogno rivela. L’immagine del sogno non va scavalcata per trovare il vero significato nascosto: è essa stessa il significato.
Comprendere questa distinzione è essenziale per l’arteterapeuta. Il metodo freudiano andava a ritroso: attraverso la libera associazione, si risaliva dal contenuto manifesto (l’immagine del sogno) al contenuto latente (il desiderio nascosto). Il metodo junghiano va in avanti: chiede non “Da dove viene questa immagine?” ma “Dove vuole portarci?”. I sogni emergono dall’inconscio nel tentativo di compensare qualche attitudine disadattiva dell’Io – ciò che Jung chiamava la funzione compensatoria dei sogni. Alcuni sogni hanno inoltre una funzione prospettica: anticipano una possibile evoluzione futura della psiche.
Per l’arteterapeuta junghiano, il sogno è un materiale prezioso da esplorare attraverso la creazione visiva. Disegnare, dipingere, modellare un sogno permette di approfondire il contatto con le sue immagini, di dare loro una forma fisica che le rende più tangibili e più accessibili al lavoro analitico. L’immagine realizzata diventa un oggetto transizionale – una presenza tra il mondo del sogno e il mondo della veglia.
2. Struttura drammatica e lavoro clinico
Jung identificava nella struttura del sogno una sequenza analoga a quella drammatica: esposizione (dove siamo, chi è presente), sviluppo (cosa accade), climax (il momento di massima tensione) e lysis (la risoluzione, spesso assente nei sogni di crisi). Questa struttura può guidare l’arteterapeuta nel lavoro con il sogno: quale scena dipingere? Quale momento scegliere? A volte il climax è il punto più fruttuoso; altre volte è la lysis misteriosa – o la sua assenza – che merita attenzione.
Jung differenziava inoltre tra un livello soggettivo e un livello oggettivo del sogno. Nel primo, le figure e gli elementi onirici sono interpretati come parti o qualità della personalità del sognatore – in particolare le parti conflittuali, ovvero i complessi. Nel livello oggettivo, rappresentano persone o entità esistenti nella realtà. L’arteterapeuta deve saper navigare tra questi due livelli, scegliendo quale esplorare in base al momento del percorso terapeutico e alla qualità dell’immagine.
La ricerca contemporanea sull’Analisi Strutturale dei Sogni (SDA), sviluppata da Christian Roesler, ha confermato empiricamente la teoria junghiana dei sogni: le serie oniriche dei pazienti sono dominate da uno o due pattern ripetitivi strettamente connessi ai loro problemi psicologici, e i cambiamenti in questi pattern corrispondono ai cambiamenti terapeutici. Questo dato offre all’arteterapeuta junghiano una conferma scientifica dell’importanza del lavoro seriale con le immagini oniriche.
3. L’amplificazione: dal sogno al mito
L’amplificazione è il metodo distintivo di Jung per lavorare con le immagini oniriche. Consiste nel collegare i simboli del sogno a immagini provenienti da altre fonti – miti, fiabe, tradizioni religiose, arte – per identificare paralleli archetipici e approfondire il campo di significato. Se un sogno contiene l’immagine di un serpente, il terapeuta può esplorare il significato simbolico dei serpenti nella mitologia e nel folklore, oltre alle esperienze personali del sognatore con i serpenti.
Come ha precisato Jung, molta dell’arte dell’analisi junghiana risiede nell’amplificare le immagini fino al punto in cui l’Io sperimenta la propria connessione con il mondo archetipico in modo terapeutico, ma senza sommergerlo in un mare di contenuti archetipici non unificati. L’amplificazione è un’operazione delicata, che richiede equilibrio tra apertura e contenimento.
In arteterapia, l’amplificazione prende una forma peculiare: il paziente non solo parla dell’immagine onirica, ma la ricrea visivamente, la modifica, la espande. Questo processo – che unisce amplificazione verbale e amplificazione visiva – genera un campo di risonanza simbolica che nessuno dei due approcci potrebbe raggiungere da solo. Il sogno, fatto oggetto visivo, diventa territorio esplorabile, modificabile, dialogabile.
4. Vignette cliniche: il sogno in azione
Swan-Foster presenta diversi casi in cui il lavoro con le immagini oniriche si rivela trasformativo. Anna sogna un ponte che crolla mentre cerca di attraversarlo. Dipingere il ponte – prima nel suo crollo, poi in una versione riparata che lei stessa inventa – le permette di entrare in dialogo con la sua paura di cambiamento e con le risorse interiori che non sapeva di avere. La lysis assente nel sogno viene creata nell’immagine: l’arte completa ciò che il sogno aveva lasciato aperto.
Dawn porta un sogno ricorrente in cui viene inseguita da una figura oscura. Quando la disegna, per la prima volta la figura oscura ha un volto – e il volto è familiare, quasi tenero. La paura si trasforma in curiosità, e la figura da persecutrice diventa possibile alleata. È un esempio clinico paradigmatico del lavoro con l’Ombra: l’atto di dare forma visiva alla figura persecutoria la umanizza, la rende dialogabile, e apre la possibilità di un’integrazione che il solo racconto verbale non avrebbe consentito.
Questi esempi mostrano come l’arteterapia junghiana offra uno spazio unico in cui la vita notturna della psiche incontra il giorno della coscienza. Il sogno non viene spiegato, ma continuato: l’atto creativo è una prosecuzione del lavoro onirico con altri mezzi.
Parte seconda: L’acqua come simbolo dell’inconscio
5. L’immaginazione materiale: non come appare, ma di cosa è fatto
Gaston Bachelard propone una distinzione fondamentale tra immaginazione formale – quella che lavora sulle forme, i contorni, le figure – e immaginazione materiale – quella che lavora sulle sostanze, le materie, gli elementi. Mentre la psicologia tradizionale si è concentrata sull’immaginazione delle forme, Bachelard richiama l’attenzione sulla dimensione materiale dell’immaginario: non solo come appare qualcosa, ma di cosa è fatto.
L’acqua non è solo un contesto visivo per i sogni e le fantasie: è una sostanza dotata di qualità psicologiche specifiche, capace di evocare stati d’animo e dinamiche interiori che nessun altro elemento può suscitare con la stessa intensità. Jung stesso aveva affermato che l’acqua è il simbolo più comune dell’inconscio. In un sogno archetipico celebre, l’Io scende le scale di una casa e in una camera sotterranea vede una pozza d’acqua: la camera è un’immagine dell’inconscio, e l’acqua ne è un’altra, più profonda.
Per l’arteterapeuta, la prospettiva materiale di Bachelard apre una dimensione spesso trascurata: il significato non risiede solo nella forma dell’immagine prodotta, ma nella materia con cui è stata prodotta. Lavorare con l’acquerello non è la stessa cosa che lavorare con la matita; e questa differenza non è solo tecnica, ma psicologica.
6. Acque chiare e acque profonde
L’acqua chiara – la sorgente, il ruscello primaverile – Bachelard la associa alla chiarezza, alla purezza, al nuovo inizio. Le acque chiare creano le condizioni per quello che chiama narcisismo oggettivo: la capacità di vedersi riflessi nell’acqua e riconoscersi, di trovare nell’immagine acquatica la propria identità. Prima che esistessero gli specchi di vetro, l’acqua era l’unico luogo in cui un essere umano poteva vedersi. Questa prima immagine riflessa – tremolante, animata dal movimento dell’acqua – era viva, misteriosa: l’incontro con sé stessi nell’acqua era già un incontro con qualcosa di più di un semplice riflesso.
Accanto all’acqua chiara c’è l’acqua profonda, oscura: l’acqua del fiume in piena, delle paludi, del mare notturno. Queste acque profonde evocano la paura del profondo, il richiamo dell’abisso, ma anche la promessa di fertilità e rinnovamento. Nei sogni, le acque scure annunciano spesso un contatto con l’inconscio profondo, con contenuti che chiedono di essere portati alla superficie.
L’acqua è anche materna – nutre, contiene, protegge, come le acque amniotiche – e al tempo stesso è legata alla morte: annega, sommerge, trascina nelle profondità. Questa ambivalenza è l’ambivalenza stessa della Grande Madre nella sua dimensione archetipica junghiana: nutrice e divoratrice, generatrice e distruttrice. Per l’arteterapeuta che lavora con pazienti che hanno vissuto traumi legati all’acqua – reali o simbolici – questa doppiezza è fondamentale da tenere presente.
7. L’acqua nei sogni e nei materiali
L’acqua è uno degli elementi più frequenti nei sogni dei pazienti in terapia. Annegare, nuotare, guadare un fiume, essere travolti da un’onda: ciascuna di queste esperienze oniriche porta un significato specifico che l’arteterapeuta junghiano può esplorare attraverso la creazione visiva. Invitare il paziente a dipingere la propria acqua onirica – il colore, la temperatura, la velocità, la trasparenza – apre un territorio di esplorazione che la sola parola difficilmente raggiunge.
Bachelard suggerisce che ogni persona ha un complesso dell’acqua personale: un rapporto specifico, biografico e immaginativo, con questo elemento. Alcune persone sono attratte dalle acque calme e profonde; altre temono qualsiasi superficie acquatica; altre ancora sono irresistibilmente chiamate verso le acque in movimento. Esplorare questo complesso in arteterapia può rivelare dimensioni importanti della storia personale e delle dinamiche psicologiche.
Non solo le immagini dell’acqua, ma anche i materiali acquosi – acquerelli, inchiostri diluiti, pitture fluide – portano in sé la qualità psicologica dell’elemento. Lavorare con l’acquerello richiede un’accettazione del caso, una capacità di lasciare fluire senza controllare troppo. Questa caratteristica materiale può essere terapeuticamente significativa per i pazienti che lottano con il controllo, con la rigidità, con la difficoltà di tollerare l’imprevisto. Invitarli a giocare con l’acqua del colore è già un intervento terapeutico prima ancora che si cominci a guardare cosa è emerso.
8. Acque aggressive, acque che liberano
Bachelard distingue tra acque tranquille e acque in movimento. Le acque violente – la piena del fiume, la tempesta marina – assumono qualità psicologiche di rabbia, di potenza distruttiva. L’essere umano attribuisce facilmente all’acqua in tempesta la sua propria collera, i suoi impulsi aggressivi. In arteterapia, invitare un paziente a dipingere l’acqua arrabbiata o l’acqua calma è già un’operazione di esternalizzazione degli stati emotivi che può facilitare il contatto con emozioni difficili.
Ma c’è anche l’acqua che libera. Bachelard confessava di amare i fiumi, di trovare una gioia profonda nel seguirne il corso. La rêverie sull’acqua corrente è un’esperienza di liberazione: il fiume porta via, conduce altrove, non si può fermare. La fantasia dell’acqua che scorre è la fantasia del tempo che passa, della vita che fluisce, della possibilità di lasciare andare. Per l’arteterapeuta, proporre esercizi di visualizzazione centrati sull’acqua e poi invitare a tradurre queste visioni in immagini può essere uno strumento potente per lavorare con pazienti che hanno difficoltà a lasciare andare il passato, o che vivono il cambiamento come una minaccia.
Parte terza: La rêverie – il sogno a occhi aperti
9. Uno stato di coscienza aperta
La rêverie – il sogno a occhi aperti nel senso bachelardiano – non è la fantasticheria distratta e vana di chi guarda fuori dalla finestra durante una lezione noiosa. È uno stato psicologico specifico: una coscienza aperta, contemplativa, ricettiva, in cui le immagini emergono liberamente e la mente abita il momento presente in modo profondo e non difensivo.
Bachelard distingue nettamente la rêverie dal sogno notturno: il sogno ci porta lontano da noi stessi, ci dissolve nell’inconscio; la rêverie, invece, ci radica in noi stessi, ci fa sentire presenti e pensanti. Il sognatore a occhi aperti sa che sta sognando: è cosciente, anche se la sua coscienza è diventata più morbida, più ricettiva, meno difensiva del solito. In questa distinzione risiede la chiave clinica della rêverie: è uno stato che si colloca tra la coscienza vigile e l’inconscio, uno stato liminale in cui le immagini dell’inconscio possono emergere senza che l’Io perda il contatto con sé stesso.
Per l’arteterapia, questa prospettiva è di valore straordinario. Lo stato di rêverie è esattamente ciò che vogliamo favorire nelle sessioni di lavoro creativo: una disponibilità all’immagine che non sia né controllo né abbandono totale, ma un’apertura contemplativa. Creare le condizioni per la rêverie – attraverso la qualità dell’ambiente, il ritmo della sessione, la qualità della presenza del terapeuta – è parte fondamentale del lavoro arteterapeutico.
10. Sognatori di parole e sognatori di immagini
Bachelard distingue tra diversi tipi di sognatori: chi sogna attraverso le parole, chi sogna attraverso i suoni, chi sogna attraverso le immagini visive. Il sognatore di parole vive la rêverie nel linguaggio, nella musica delle frasi, nelle risonanze fonetiche. Il sognatore di immagini abita le visioni, le forme, i colori.
Per l’arteterapeuta, questa distinzione ha implicazioni pratiche immediate. Non tutti i pazienti abitano la rêverie nello stesso modo: alcuni hanno bisogno di parole per entrare nello stato contemplativo – una storia, una metafora, un testo poetico letto ad alta voce; altri rispondono meglio all’immagine visiva, al silenzio, alla presenza dei materiali. Rispettare la modalità preferita di ciascuno è già rispettare la sua qualità unica di sognatore. Questo riconoscimento è un atto clinico preciso: personalizzare l’accesso alla rêverie significa personalizzare l’accesso all’inconscio.
11. Rêverie, infanzia e spontaneità creativa
Uno dei temi più toccanti della Poetica della Rêverie è il capitolo dedicato alle rêveries verso l’infanzia. Bachelard osserva che la rêverie ci porta spesso indietro verso i momenti dell’infanzia in cui eravamo più aperti, più disponibili, più capaci di abitare il presente con meraviglia. Non è nostalgia: è un ritorno a una qualità di presenza che l’adulto tende a perdere sotto il peso degli impegni e delle difese.
In arteterapia, favorire la rêverie significa favorire un ritorno a questa qualità infantile – non alla regressione patologica, ma alla spontaneità creativa originaria che ogni essere umano porta in sé. È la stessa qualità che Jung cercava nella pratica dell’immaginazione attiva: uno stato in cui l’Io si allenta senza dissolversi, in cui il pensiero fantastico può emergere senza che il pensiero diretto lo censuri. La rêverie bachelardiana e l’immaginazione attiva junghiana, pur nascendo da tradizioni diverse, convergono su questo punto: la trasformazione psichica avviene in uno stato di coscienza che non è né il pieno controllo dell’Io né la sua dissoluzione, ma una presenza morbida, attenta, ricettiva.
Conclusione: Dove l’acqua incontra il sogno
I quattro territori esplorati in questo articolo – il sogno junghiano, l’acqua bachelardiana, il narcisismo dello specchio acquatico e la rêverie come stato creativo – convergono in un unico punto: l’arteterapia come spazio in cui le immagini dell’inconscio possono emergere, prendere forma e trasformarsi.
L’acqua è il filo che li attraversa tutti. È il simbolo più comune dell’inconscio nei sogni, la materia che Bachelard esplora nella sua doppia natura materna e mortale, lo specchio in cui Narciso incontra per la prima volta la propria immagine, l’elemento fluido della rêverie che non si può afferrare ma solo attraversare. E in arteterapia, l’acqua è anche un materiale concreto: l’acquerello che sfugge al controllo, l’inchiostro che si espande imprevedibilmente, la pittura fluida che insegna a lasciar andare.
Per l’arteterapeuta junghiano, lavorare con i sogni e con l’acqua significa lavorare con il linguaggio nativo dell’inconscio. Significa creare le condizioni per quella rêverie feconda in cui le immagini possono emergere dal profondo, prendere forma sulla carta, e diventare – nel dialogo tra paziente e terapeuta – strumenti di trasformazione e di individuazione.
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