📋 Indice
- Parte prima: Il collage come metodo di rivelazione
- 1. L’immagine che chiama
- 2. L’immagine alterata: appropriarsi del simbolo
- Parte seconda: Stencil, impronte e pattern archetipici
- 3. Lo stencil come incontro con il pattern
- 4. Gelli Plate: l’immagine accidentale
- Parte terza: Il layering come mappa della psiche
- 5. Stratificare come l’inconscio
- 6. Colori analogici e colori complementari: due modi di stare nella tensione
- Parte quarta: Tecniche speciali e implicazioni cliniche
- 7. L’altered postcard e il distressing come elaborazione
- 8. Undici voci, undici stili: la pluralità come principio
- 9. Dall’art journal alla seduta: adattamenti clinici
- Conclusione: Ogni taglio è una scelta dell’anima
- Riferimenti bibliografici
Tecniche per il lavoro con i simboli: dall’altered image al layering come mappa della psiche
Non serve saper disegnare per dialogare con l’inconscio. Il collage è forse la tecnica più democratica dell’arte visiva: non richiede abilità disegnativa, non intimidisce il paziente che dice di non saper disegnare, e allo stesso tempo permette un’espressione simbolica straordinariamente ricca. Come scrive Javier-Cerulli, l’art journal è un luogo dove si è liberi di creare senza regole e senza errori – e non è necessario essere artisti per farlo.
Questo articolo esplora le tecniche del collage e del mixed media come strumenti per il lavoro con i simboli archetipici in arteterapia. A partire dalle 26 dimostrazioni passo-passo proposte da Javier-Cerulli – e dalla prospettiva clinica junghiana – costruiamo un repertorio di tecniche che l’arteterapeuta può adattare alla pratica con i pazienti, tenendo sempre presente che ogni scelta materiale è già un atto simbolico e ogni gesto creativo è già un intervento terapeutico.
Parte prima: Il collage come metodo di rivelazione
1. L’immagine che chiama
Il principio fondamentale del collage archetipico è semplice ma potente: sfogliare riviste o raccogliere immagini di vario tipo, scegliendo quelle che catturano – non quelle che si scelgono razionalmente, ma quelle che attraggono in modo quasi magnetico, per una ragione che spesso non si riesce a spiegare. Queste immagini chiamate sono spesso portatrici di contenuto archetipico: rispecchiano aspirazioni, paure, qualità non riconosciute, aspetti dell’Ombra.
In prospettiva junghiana, questo processo di selezione intuitiva è già una forma di immaginazione attiva: l’inconscio guida la mano e lo sguardo verso le immagini che hanno risonanza archetipica. L’artista Orly Avineri descrive come le sue pagine di art journal siano complete solo quando almeno uno dei suoi archetipi emerge dall’anonimato alla piena visibilità – e spesso trova tracce di tutti i suoi archetipi in un’unica pagina. La sua tecnica prevede di ripetere i passaggi fino a quando gli archetipi emergono naturalmente dalla pagina, aggiungendo e omettendo elementi per supportare l’immagine che si materializza.
Per l’arteterapeuta, osservare quali immagini il paziente sceglie e quali rifiuta è già un atto diagnostico. Il paziente che sceglie solo immagini luminose e ordinate potrebbe star evitando l’Ombra. Quello che è attratto solo da immagini oscure e frammentate potrebbe essere immerso in un complesso non integrato. La scelta stessa rivela il paesaggio archetipico attivo.
2. L’immagine alterata: appropriarsi del simbolo
La tecnica dell’altered image – l’immagine alterata – prevede di partire da fotografie o illustrazioni esistenti (tipicamente ritagli da riviste) e di trasformarle attraverso tagli, sovrapposizioni, aggiunte pittoriche, scrittura. Javier-Cerulli dedica la prima delle sue dimostrazioni a questa tecnica, mostrando passo dopo passo come alterare un’immagine di rivista per farla diventare espressione di un archetipo personale.
Il processo inizia applicando gesso trasparente sull’immagine ritagliata – un atto che serve sia praticamente (per far aderire meglio i materiali successivi e aggiungere texture sottile) sia simbolicamente: il gesso è il primo strato di trasformazione, il velo attraverso cui l’immagine esterna comincia a diventare interna. Poi si altera l’immagine: si cambiano i capelli, si modificano i toni della pelle, si aggiunge rossetto – tutto con Inktense Blocks, acrilici e gesso bianco. Si può scegliere di mantenere gli occhi originali se il loro colore e la loro intensità parlano, oppure trasformarli completamente. Infine, si applica gesso bianco sullo sfondo con un brayer per attenuarlo, rendendo il volto più prominente.
Questo processo di alterazione è già di per sé terapeutico: significa appropriarsi di un’immagine esterna, trasformarla, farla propria. Il volto anonimo di una modella diventa il contenitore di qualcosa di personale e archetipico. Cybele-Angelique Flematti, ad esempio, ha alterato un’immagine di rivista aggiungendo ornamenti alla testa e al vestito della figura, onorando i suoi archetipi di Madre, Artista, Principessa e Nature Gal. Ogni scelta rivela qualcosa: la donna senza bocca a cui viene aggiunta una bocca spalancata, il personaggio collocato in un paesaggio diverso da quello originale. Per l’arteterapeuta junghiano, queste alterazioni sono leggibili come atti di compensazione – l’inconscio che aggiunge ciò che manca, trasforma ciò che opprime, libera ciò che è imprigionato.
Parte seconda: Stencil, impronte e pattern archetipici
3. Lo stencil come incontro con il pattern
Gli stencil archetipici sono un altro strumento prezioso: forme geometriche, spirali, uccelli, mandala, alberi della vita, figure mitologiche. Applicare questi stencil sulla pagina dell’art journal non è una scorciatoia creativa: è un modo di incontrare i pattern archetipici attraverso la mano, il corpo, il gesto.
Javier-Cerulli ha sviluppato un sistema di corrispondenze tra stencil e archetipi che è clinicamente suggestivo. Gli stencil con ingranaggi e progetti architettonici risuonano con l’Ingegnere – il problem-solver, l’organizzatore. Quelli con cuori e fiori parlano al Lover – chi ha un grande cuore, empatia, compassione. Gli stencil con mappe e veicoli evocano il Pioniere – il viaggiatore, l’esploratore. Quelli con mandala sacri, chakra e simboli spirituali convocano il Mistico. Le sagome di uccelli e alberi chiamano il Nature Guy/Gal.
La tecnica del layering con stencil, descritta nella seconda dimostrazione, è particolarmente potente. Si applica un primo stencil (ad esempio il Face Map – una mappa del volto) e lo si contorna con un pennarello nero. Poi, mantenendo il primo stencil come maschera, si sovrappone un secondo stencil (ad esempio il Doodle It Geometric Landscape) e si applica ink spray. Il primo stencil protegge le aree esterne, mentre il secondo crea il design interno. Il risultato è un volto riempito di pattern – una metafora visiva potente: chi siamo dentro è fatto di pattern, e quei pattern sono i nostri archetipi.
Per l’arteterapeuta, invitare il paziente a scegliere i propri stencil è un atto diagnostico e terapeutico insieme. La scelta dello stencil rivela l’archetipo attivo; l’applicazione dello stencil sulla pagina è un atto di incarnazione del pattern. E quando il paziente osserva il risultato e lo riconosce come proprio, avviene quel momento di numinoso che Jung descriveva come l’incontro con le forze dell’inconscio collettivo.
4. Gelli Plate: l’immagine accidentale
La tecnica del Gelli Plate – una piastra gelatinosa che permette di creare impronte monoprint con acrilici – genera immagini accidentali di grande bellezza e ricchezza simbolica. Si applica il colore sulla piastra, si appoggiano stencil, foglie, tessuti o altri materiali, si preme la carta e si solleva: l’immagine che appare è in parte controllata e in parte casuale.
Come l’interpretazione dei sogni junghiana, anche l’osservazione di queste impronte casuali può rivelare figure, volti, paesaggi interiori che l’Io non aveva pianificato. In prospettiva junghiana, il Gelli Plate è uno strumento che facilita la funzione trascendente: crea le condizioni per un incontro tra l’intenzione cosciente (la scelta del colore, la posizione dello stencil) e l’emergere imprevedibile dell’inconscio (le fusioni casuali, le forme inattese). Il terzo vivente – l’immagine che nessuno dei due livelli avrebbe potuto produrre da solo – emerge dalla piastra come un messaggio dalla psiche.
Per i pazienti che lottano con il perfezionismo e il controllo, il Gelli Plate è terapeuticamente prezioso: insegna ad accogliere l’imprevedibile, a trovare bellezza nel non pianificato, a dialogare con ciò che emerge invece di forzare ciò che si desidera. È un esercizio di resa creativa che molti pazienti vivono come liberatorio.
Parte terza: Il layering come mappa della psiche
5. Stratificare come l’inconscio
Il layering – la stratificazione di strati successivi di colore, gesso, immagini, testi – è una tecnica che mima la struttura della psiche stessa. I layer profondi (i primi strati di gesso, i fondi acrilici) sono come l’inconscio: non sempre visibili, ma sempre presenti sotto la superficie. I layer superficiali (i dettagli finali, le parole aggiunte per ultime) sono come la coscienza: visibili, ma costruiti su fondamenta invisibili.
La dimostrazione del Two-Color Challenge proposta da Javier-Cerulli illustra un aspetto particolare del layering: la tensione degli opposti resa visiva. Si scelgono due colori complementari (opposti sulla ruota cromatica – viola e giallo, rosso e verde, arancione e blu) e si costruisce la pagina interamente con essi. I colori complementari sono ad alto contrasto e vibrano quando sono usati insieme – come gli opposti junghiani che generano energia psichica quando sono tenuti in tensione. Al centro della pagina, dove i due colori si incontrano, si sfumano con un rullo di spugna: la zona di fusione è il terzo spazio, il luogo della funzione trascendente dove gli opposti si uniscono senza annullarsi.
Il Clear Tar Gel – un medium che crea effetti sgocciolanti e filamentosi come quelli di Jackson Pollock – viene poi aggiunto come ultimo strato: linee imprevedibili che attraversano la composizione come i fili dell’inconscio che collegano elementi apparentemente separati. Il risultato è una pagina che funziona simultaneamente come esperimento cromatico e come mappa visiva della dinamica degli opposti nella psiche.
6. Colori analogici e colori complementari: due modi di stare nella tensione
Javier-Cerulli racconta un fallimento istruttivo: il suo primo tentativo con il Two-Color Challenge, usando arancione e rosso (colori analoghi, vicini sulla ruota cromatica), produsse un risultato piatto, privo di contrasto. I colori analoghi non si aiutano a vicenda a emergere – si confondono. Il secondo tentativo, con viola e giallo (complementari), generò invece una pagina vibrante.
Per l’arteterapeuta, questa distinzione ha un valore clinico diretto. Un paziente che sceglie sempre colori analoghi – armoniosi, morbidi, senza contrasto – potrebbe star evitando la tensione degli opposti. Proporre un esercizio con colori complementari può essere un modo delicato di introdurre la tensione nel lavoro creativo, senza nominarla verbalmente. Come nella psiche, il contrasto è scomodo ma generativo: la pagina più viva è quella che tiene insieme gli opposti.
L’artista Catherine Mason dimostra però che anche i colori analoghi possono funzionare quando l’armonia è intenzionale: la sua pagina dedicata all’archetipo della Nature Gal usa prevalentemente blu e verde con accenti di bianco, creando un’atmosfera di connessione naturale. Il punto non è che un approccio sia migliore dell’altro, ma che la scelta cromatica comunica qualcosa sulla posizione psicologica del paziente – e l’arteterapeuta che sa leggere questa comunicazione dispone di uno strumento diagnostico prezioso.
Parte quarta: Tecniche speciali e implicazioni cliniche
7. L’altered postcard e il distressing come elaborazione
Una tecnica particolarmente evocativa è quella dell’altered postcard: partire da una cartolina ricevuta e trasformarla in una pagina di art journal. Il processo prevede di stendere gesso nero come sfondo (creando un’atmosfera cupa e profonda), carteggiare la superficie della cartolina con carta vetrata per distressarla e togliere la lucidità , separare l’immagine frontale dal retro, e poi ricomporla sulla pagina con stencil, colore e texture.
Il distressing – l’atto deliberato di rovinare una superficie per darle profondità – è una metafora terapeutica potente. La cartolina perfetta e lucida diventa opaca, graffiata, segnata dal tempo: come la Persona junghiana che si allenta per rivelare le profondità sottostanti. La tecnica del flogging – prendere un elastico imbevuto di colore e frustare la pagina per creare schizzi e linee casuali – aggiunge un elemento di espressività gestuale e corporea che coinvolge il paziente in un’azione fisica catartica.
Javier-Cerulli consiglia di allontanarsi dalla pagina per diverse ore o giorni prima di tornare a osservarla: un gesto che richiama la pratica junghiana della circumambulazione – girare intorno all’immagine, tornare a essa ripetutamente, lasciarla maturare nell’inconscio prima di intervenire. Al ritorno, si identificano le aree morte – le zone che mancano di qualcosa – e si aggiungono dettagli con trasferimenti bianchi, linee a spirale, parole. È un processo di amplificazione visiva che richiama direttamente il metodo sintetico junghiano.
8. Undici voci, undici stili: la pluralità come principio
Uno degli aspetti più originali del lavoro di Javier-Cerulli è l’inclusione di undici artisti professionisti che mostrano come attingono ai propri archetipi come fonte di ispirazione. Nathalie Kalbach, autodidatta tedesca trasferitasi negli USA, crea pagine di art journal con pennarelli, acrilici, gesso, stencil e ritagli di rivista ispirate ai suoi archetipi di Artista, Insegnante, Pioniere e Ribelle. Seth Apter, artista newyorkese, lavora con gesso bianco e nero, pastelli a olio, penne gel, collage di effimere e fotografie alterate. Jessica Sporn usa acrilici fluidi Golden, pastelli a olio, frammenti di testi antichi e mappe. Orly Avineri distress carte, tessuti, vecchie immagini anatomiche, copertine di libri, lettere personali.
Questa polifonia di voci è clinicamente significativa per l’arteterapeuta: dimostra che non esiste un modo giusto di fare collage archetipico. Ciascun artista esprime il medesimo archetipo in modi radicalmente diversi – perché l’archetipo non è una forma fissa ma un pattern energetico che si manifesta attraverso la singolarità di chi lo incarna. Mostrare questa pluralità ai pazienti può essere profondamente liberatorio: scioglie la paura del giudizio estetico e sposta l’attenzione dal prodotto al processo.
9. Dall’art journal alla seduta: adattamenti clinici
Le tecniche proposte da Javier-Cerulli nascono in un contesto di crescita personale e autoesplorazione, non strettamente clinico. L’arteterapeuta che desidera integrarle nella pratica terapeutica deve operare alcuni adattamenti fondamentali.
Il primo riguarda il contenimento. In contesto terapeutico, la libertà totale può essere paralizzante per certi pazienti: offrire una scelta limitata di materiali e un tema archetipico specifico può fornire la struttura necessaria senza soffocare la spontaneità . Il secondo riguarda il tempo: mentre l’art journaler autonomo può lavorare per quanto desidera, la sessione terapeutica ha tempi definiti. Prevedere tempo sufficiente sia per la creazione sia per la riflessione è essenziale – il rischio è di riempire la sessione di fare senza lasciare spazio al sentire.
Il terzo – il più importante – riguarda la lettura dell’immagine. Nell’art journaling autodiretto, l’immagine parla a chi l’ha creata e non necessita di interpretazione esterna. In arteterapia junghiana, l’immagine entra nel campo relazionale tra paziente e terapeuta: diventa, nelle parole di Schaverien, un’immagine incarnata che può funzionare come veicolo di transfert. L’arteterapeuta non interpreta direttamente, ma amplifica: espande il campo di significato dell’immagine collegandola a motivi archetipici, mitologici, culturali, senza mai chiudere il cerchio in un’interpretazione definitiva. Il collage prodotto in seduta non è un oggetto estetico da valutare: è un terzo vivente nella relazione terapeutica, nato dall’incontro tra la mano del paziente, i materiali, e le forze dell’inconscio.
Conclusione: Ogni taglio è una scelta dell’anima
Il collage archetipico è molto più di una tecnica: è un modo di incontrare i simboli dell’inconscio con le mani. Ogni immagine ritagliata e scelta è un frammento dell’inconscio collettivo che trova la sua strada verso la superficie. Ogni sovrapposizione è un atto di integrazione. Ogni strato di gesso che copre il precedente senza cancellarlo è il processo di individuazione reso visibile.
Per l’arteterapeuta, le tecniche presentate in questo articolo – dall’altered image al Gelli Plate, dal layering con complementari all’altered postcard – non sono ricette da applicare meccanicamente, ma inviti a creare le condizioni perché la psiche del paziente possa manifestarsi attraverso la materia. Come scriveva Jung, le immagini viventi trasportano contenuti che animano l’anima e permettono a questa sapienza invisibile di mostrarsi. Il collage è uno dei modi più accessibili e potenti per facilitare questo mostrarsi – perché non chiede di saper disegnare, ma solo di saper scegliere, tagliare e incollare. E in quei gesti semplici, l’anima trova la sua voce.
Riferimenti bibliografici
Javier-Cerulli, G. (2016). Art Journal Your Archetypes: Mixed Media Techniques for Finding Yourself. Cincinnati: North Light Books.
Jung, C.G. (1916/1957). The Transcendent Function. Collected Works, Vol. 8. Princeton: Princeton University Press.
Jung, C.G. (1959). The Archetypes and the Collective Unconscious. Collected Works, Vol. 9/I. Princeton: Princeton University Press.
Jung, C.G. (2009). The Red Book: Liber Novus. Ed. S. Shamdasani. New York: W.W. Norton.
Malchiodi, C.A. (Ed.) (2012). Handbook of Art Therapy (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Schaverien, J. (1991/1999). The Revealing Image: Analytical Art Psychotherapy in Theory and Practice. London: Jessica Kingsley.
Schaverien, J. (2005). Art, dreams and active imagination. Journal of Analytical Psychology, 50(2), 127–153.
Swan-Foster, N. (2018). Jungian Art Therapy: Images, Dreams, and Analytical Psychology. London: Routledge.


