- 1. Il Cerchio degli Alberi: la geometria terapeutica del gruppo outdoor
- 2. La camminata consapevole come pratica clinica strutturata
- 3. Il risveglio sensoriale: attivare tutti i canali percettivi
- 4. Il paesaggio come specchio dell’interiorità
- 5. Evidenze cliniche e implicazioni per la pratica professionale
Pratiche cliniche outdoor nelle arti espressive nature-based: dal Cerchio degli Alberi alla camminata consapevole
In un mondo sempre più mediato da schermi e interfacce digitali, i sensi si atrofizzano. Non nel senso fisico — la vista, l’udito, il tatto rimangono intatti — ma nel senso di una progressiva dis-attenzione al mondo sensoriale: una perdita della capacità di sostare nell’esperienza immediata, di godere della texture di una corteccia d’albero, del suono di un ruscello, del profumo di terra bagnata (Sweeney, 2013). La pratica clinica delle arti espressive outdoor risponde a questa urgenza riportando il corpo al centro del processo terapeutico: non come veicolo passivo della mente, ma come strumento primario di contatto con l’ambiente e con la propria vita interiore.
Questo articolo esplora tre pratiche complementari che condividono questa visione: il format del “Cerchio degli Alberi” proposto da Gary Nash, la camminata consapevole come pratica di Earth-Based Art Therapy sviluppata da Sheila Rubin e Judith Schell, e le attività di risveglio sensoriale elaborate da Theresa Sweeney. Pur provenendo da tradizioni leggermente diverse, le tre prospettive convergono su un principio comune: portare il corpo in contatto con la natura non è solo un’opzione metodologica, ma un intervento clinicamente significativo che attiva processi di regolazione, elaborazione e trasformazione inaccessibili attraverso il solo lavoro in studio.
1. Il Cerchio degli Alberi: la geometria terapeutica del gruppo outdoor
Cosa succede quando un gruppo terapeutico esce dall’ufficio e si ritrova in mezzo agli alberi? Gary Nash, co-fondatore del London Art Therapy Centre, descrive il “Cerchio degli Alberi” come un format di gruppo outdoor che trasforma radicalmente le dinamiche relazionali. Il setting al chiuso porta con sé gerarchie implicite: il terapeuta è “nel suo territorio”, i partecipanti “in visita”. Il bosco o il parco urbano eliminate queste asimmetrie: tutti sono ospiti dello stesso spazio naturale, tutti soggetti alle stesse variabili ambientali. Questa equiparazione crea le condizioni per relazioni più orizzontali e autentiche.
La geometria del cerchio ha radici profonde nelle pratiche rituali di molte culture: trasmette un messaggio implicito di inclusione, equità, connessione. Nessuno è davanti, nessuno è dietro. Tutti vedono tutti. Scegliere un albero come punto di riferimento simbolico del gruppo aggiunge una dimensione verticale e radicante: l’albero, con la sua simultanea profondità verso il basso (radici) e il suo slancio verso l’alto (rami), offre una metafora visiva e corporea della stabilità nel cambiamento.
Le sessioni alternano momenti di camminata silenziosa e osservazione del paesaggio a momenti di creazione artistica con i materiali raccolti nell’ambiente. Le opere non vengono portate via: si decompongono, si trasformano, restituiscono alla terra quanto hanno ricevuto. Questo aspetto — l’impermanenza delle creazioni — è uno degli elementi più potenti dal punto di vista clinico. Fare arte sapendo che si dissolverà con le piogge e il vento è un esercizio corporeo di lasciar andare. Per persone con difficoltà di salute mentale, spesso vincolate da pattern di controllo e di trattenimento, questa pratica può diventare una metafora vissuta dell’accettazione della transitorietà.
I risultati osservati nelle sessioni del Cerchio degli Alberi — maggiore regolazione emotiva, riduzione dell’ansia, sviluppo del senso di comunità — suggeriscono che la combinazione di arte e natura abbia effetti sinergici superiori alla somma delle due componenti prese singolarmente.
— Gary Nash, in Heginworth & Nash (Eds.), Environmental Arts Therapy, 2020
2. La camminata consapevole come pratica clinica strutturata
Camminare è probabilmente l’atto più antico e fondamentale del rapporto umano con la terra. Eppure nella vita contemporanea il cammino è diventato uno strumento — per spostarsi da un punto all’altro — piuttosto che un’esperienza in sé. La walking art therapy, proposta da Sheila Rubin e Judith Schell, trasforma il cammino in un atto creativo, meditativo e terapeutico che integra la presenza corporea con l’osservazione artistica dell’ambiente.
La camminata consapevole porta l’attenzione al corpo in movimento: la pressione del piede sulla terra, il ritmo del respiro, il bilanciamento del peso da un lato all’altro. Questo tipo di attenzione somatica ha effetti documentati sulla regolazione del sistema nervoso autonomo: rallenta la frequenza cardiaca, riduce i livelli di cortisolo, attiva il sistema parasimpatico. Genera uno stato di “calma vigile” particolarmente favorevole all’elaborazione emotiva. La letteratura sulle terapie somatiche supporta inoltre l’idea che il movimento faciliti l’elaborazione di materiale traumatico che rimane inaccessibile nelle sessioni sedute (van der Kolk, 2014).
Il format descritto da Rubin e Schell si articola in tre fasi:
Fase 1 — Camminata di apertura
Breve percorso silenzioso: i partecipanti si sintonizzano sensorialmente con l’ambiente raccogliendo oggetti che catturano la loro attenzione. Il silenzio condiviso abbassa le difese e favorisce la percezione sottile.
Fase 2 — Creazione
Con i materiali raccolti, i partecipanti realizzano una piccola installazione o composizione in un luogo scelto nel percorso. L’opera nasce dall’incontro tra ciò che si è trovato e ciò che si è sentito durante il cammino.
Fase 3 — Riflessione condivisa
Seduti intorno alle creazioni, il gruppo condivide le esperienze emerse. Le opere diventano punto di partenza per un dialogo che integra la dimensione sensoriale con quella verbale e relazionale.
Questo formato è notevolmente flessibile: si adatta a setting molto diversi — parchi urbani, giardini, sentieri di montagna — e a popolazioni con esigenze specifiche. Il ritmo lento del cammino riduce le resistenze difensive e favorisce l’emergere di contenuti emotivi in modo graduale e sicuro, rendendolo indicato anche per persone con elevata ansia da prestazione artistica.
3. Il risveglio sensoriale: attivare tutti i canali percettivi
Theresa Sweeney (2013) propone una serie di attività strutturate per risvegliare sistematicamente i diversi canali sensoriali attraverso la natura. Il presupposto clinico è che la dis-attenzione sensoriale sia una delle manifestazioni più diffuse del disagio psicologico contemporaneo: l’incapacità di abitare il proprio corpo nel presente, di essere “qui” piuttosto che in una narrazione mentale. Le attività sensoriali sono quindi, prima ancora che tecniche creative, interventi di regolazione e di incarnazione (embodiment).
👁 Vista — “Nature’s Alphabet”
I partecipanti raccolgono elementi naturali che nella loro forma suggeriscono le lettere dell’alfabeto: un ramo curvo che ricorda una C, una foglia ovale che assomiglia a una O. L’attività trasforma la camminata in un gioco di osservazione creativa. Chi la pratica riferisce di continuare a “leggere” la natura in modo diverso anche nelle settimane successive.
👂 Udito — “Hear Ye, Hear Ye”
Con gli occhi chiusi nel silenzio di un prato o di un bosco, i partecipanti registrano i suoni — quanti strati distinguono? Cosa è in primo piano, cosa sullo sfondo? L’esperienza uditiva viene poi tradotta in un’opera artistica: un disegno sonoro, una notazione personale, una composizione con materiali naturali.
✋ Tatto — “A Touch of Nature”
I partecipanti raccolgono elementi naturali molto diversi per texture — liscio, ruvido, morbido, pungente, freddo, caldo — e li dispongono in una composizione che racconta, attraverso il contrasto delle superfici, un aspetto della propria esperienza emotiva. La ricerca della texture giusta per esprimere uno stato interno è spesso sorprendentemente precisa.
🚶 Movimento — “A Moving Experience”
I partecipanti camminano in natura seguendo il corpo — non un percorso prestabilito, ma l’istinto del passo, la curiosità di uno sguardo, l’attrazione verso un angolo del paesaggio. Al termine, creano un’opera con ciò che hanno trovato. Il processo dal corpo alla natura all’opera bypassa il controllo razionale, permettendo a parti più istintive di esprimersi.
4. Il paesaggio come specchio dell’interiorità
Un tema ricorrente in tutte e tre le pratiche è la capacità del paesaggio di rispecchiare e amplificare stati interiori. Un campo aperto può evocare sensazioni di libertà o di esposizione; un bosco fitto può risvegliare sia protezione che claustrofobia; un sentiero che si biforca può evocare istantaneamente la sensazione di trovarsi a un bivio. I partecipanti sono invitati a notare queste risonanze — non per interpretarle prematuramente, ma per permettere alle emozioni di emergere attraverso il contatto con l’ambiente.
L’arte prodotta durante le sessioni outdoor ha spesso una qualità di immediatezza e autenticità che il lavoro in studio raramente raggiunge. Creata en plein air con materiali trovati nel momento, porta l’impronta diretta dell’incontro tra il creatore e il luogo. Questa qualità — la traccia del paesaggio nell’opera — è essa stessa un messaggio terapeutico di profonda importanza: il sé e il mondo non sono separati.
Questa prospettiva risuona con la teoria del sé ecologico elaborata dall’ecopsicologia: l’identità umana non si ferma ai confini della pelle, ma si estende nel mondo naturale. Riconoscere che un paesaggio “parlava” di qualcosa di interiore, o che un materiale trovato per caso esprimeva qualcosa di molto preciso, è un’esperienza di ampliamento del sé che può avere effetti duraturi sulla qualità della presenza e della connessione.
5. Evidenze cliniche e implicazioni per la pratica professionale
La ricerca clinica sulle pratiche outdoor nelle arti espressive sta crescendo rapidamente. Uno studio randomizzato sull’effetto di un programma di otto settimane di art therapy nature-based in un contesto forestale ha documentato cambiamenti significativi nelle onde cerebrali, nei livelli di stress e nell’autostima sociale dei partecipanti (PMC, 2021). Un’esperienza di group art therapy outdoor condotta in un setting NHS britannico con adulti affetti da patologie psichiatriche severe ha riportato miglioramenti nella resilienza percepita, nell’accesso al processo terapeutico e nella qualità delle connessioni relazionali. La scoping review pubblicata su Frontiers in Psychology (2025) conferma le applicazioni documentate in ambiti che includono trauma, ansia, depressione e salute mentale grave.
Sul piano della pratica professionale, l’adozione di queste metodologie richiede alcune considerazioni specifiche. La valutazione preliminare del cliente è essenziale: storie di trauma ambientale, fobia degli insetti o degli spazi aperti, limiti di mobilità o rapporti conflittuali con lo spazio aperto vanno esplorate con cura. Il setting outdoor richiede anche una preparazione logistica più accurata: la gestione delle variabili meteorologiche, la sicurezza dello spazio, la disponibilità di materiali. Questi aspetti non sono ostacoli ma parte integrante della pratica: l’imprevedibilità del contesto naturale è essa stessa una risorsa terapeutica, a patto che sia contenuta da un setting clinico sufficientemente strutturato.
La formazione specifica rimane un requisito fondamentale. La letteratura è concorde nel sottolineare che l’approccio outdoor non può essere semplicemente “aggiunto” alla pratica tradizionale: richiede un cambiamento di postura del terapeuta, che deve sviluppare una propria sensibilità ecologica e una familiarità con il lavoro somatico prima di poterle proporre efficacemente ai clienti. Il corpo del terapeuta è il primo strumento di questa pratica: se non è presente e radicato nell’ambiente, non può guidare gli altri verso quella stessa qualità di presenza.
Riferimenti bibliografici
Heginworth, I. S. & Nash, G. (Eds.) (2020). Environmental Arts Therapy: The Wild Frontiers of the Heart. Routledge.
Kopytin, A. & Rugh, M. (Eds.) (2017). Environmental Expressive Therapies: Nature-Assisted Theory and Practice. Routledge.
Sweeney, T. (2013). Eco-Art Therapy: Creative Activities that Let Earth Teach. Self-published.
van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore.
Frontiers in Psychology (2025). Exploring nature-based art therapy: A scoping review. DOI: 10.3389/fpsyg.2025.1522629
PMC (2021). Effects of Nature-Based Group Art Therapy Programs on Stress, Self-Esteem and EEG. PMCID: PMC8199280


