1. La natura come maestra dei cicli vitali

Le stagioni insegnano ciò che la cultura contemporanea tende a rimuovere: che ogni forma di vita percorre un arco — nascita, crescita, maturità, declino, morte — e che questo arco non è una tragedia ma la struttura stessa dell’esistenza. Nella quercia che perde le foglie in autunno per rinverdire in primavera, nel fungo che emerge e scompare in pochi giorni, nella costante trasformazione di un torrente, la natura esibisce senza pudore quella ciclicità che la nostra cultura medicalizzata fatica ad accettare quando si tratta di corpi umani e vite umane.

L’eco-art therapy fa di questa pedagogia naturale il proprio punto di partenza. Non si tratta semplicemente di portare le persone all’aperto: si tratta di usare i cicli della natura come framework simbolico e terapeutico per accompagnare le fasi più impegnative della vita umana. Questo articolo esplora due case study paradigmatici presentati nel volume Environmental Arts Therapy: The Wild Frontiers of the Heart (Heginworth & Nash, Routledge 2020): il progetto Growing Elders di Rowena Pester, con donne anziane in una foresta dell’Inghilterra meridionale, e il progetto di Hannah Monteiro nelle cure palliative in Transilvania.

Pur nella loro diversità — l’uno rivolto alla vitalità creativa nella terza età, l’altro al confronto con la morte imminente — i due progetti condividono un filo conduttore: la natura come contenitore capace di tenere insieme opposti che il linguaggio ordinario stenta ad accogliere. Vita e morte, forza e fragilità, radici e caduta delle foglie: la foresta parla di tutto questo senza artifici, e l’arte ambientale offre il tramite attraverso cui questa saggezza può diventare esperienza vissuta e integrata.

2. Growing Elders: donne anziane tra gli alberi

Il progetto Growing Elders — traducibile come “Crescere anziane” — nasce da una consapevolezza critica: la cultura dominante associa la vecchiaia alla perdita, all’invisibilità, alla marginalizzazione. Eppure chi ha vissuto a lungo porta una sapienza particolare: fatta di resilienza, di capacità di tenere insieme opposti, di memoria lunga. Rowena Pester, la terapeuta che ha condotto il progetto, si chiede come questa sapienza possa emergere, invece di restare sepolta sotto lo stigma dell’età.

La risposta è stata un ciclo annuale di sessioni mensili nel bosco: un gruppo di donne over 65 — alcune con radici rurali, altre cittadine di tutta la vita — radunate in un’area boschiva del sud dell’Inghilterra. La scelta del setting non è arbitraria. Gli alberi — nella loro verticalità radicata, nella loro capacità di resistere alle tempeste senza spezzarsi, nel loro essere testimoni silenziosi del passare delle stagioni — sono metafore potenti per la saggezza accumulata nel tempo. Lavorare artisticamente con gli alberi significa intavolare un dialogo tra la propria esperienza di vita e una presenza che ha attraversato secoli.

Il processo creativo nel bosco

Le sessioni alternano momenti di cammino lento e osservazione contemplativa a momenti di creazione con materiali raccolti nell’ambiente. Non si portano dall’esterno né colori né colla: si lavora con quello che il bosco offre. Le partecipanti creano mandala di foglie e semi, figure intrecciate con rami flessibili, installazioni temporanee che dialogano con il paesaggio. La temporaneità è parte del significato: ciò che si crea verrà disfatto dal vento, dalla pioggia, dal tempo — come tutto.

Questa temporaneità, lungi dall’essere vissuta come perdita, diventa spesso liberatoria. Le partecipanti riferiscono un alleggerimento: fare qualcosa di bello che non deve essere conservato, valutato, giudicato. L’opera non compete, non vuole essere immortale. Segue il ciclo del bosco, e in questo segue qualcosa di profondamente onesto sull’esistenza.

Il processo stimola la memoria corporea in modo che il setting clinico raramente permette: odori, texture, suoni dell’infanzia riemergono con sorprendente vivezza. Il contatto con la corteccia di un faggio, il peso di una pietra muscosa, il rumore delle foglie sotto i piedi — questi stimoli senso-motori aprono canali mnemonici che il linguaggio verbale non sempre raggiunge. La ricerca recente sulla Life Review Therapy (LRT) conferma che l’integrazione di esperienze sensoriali e naturalistiche nella reminiscenza amplifica l’accesso a risorse di resilienza interiori (Frontera in Psychology, 2025).

Una comunità di pratiche nel bosco

Il gruppo diventa progressivamente una comunità di pratiche e di affetti. La natura tiene insieme le donne in un modo peculiare: le variabili del bosco — la pioggia improvvisa, il canto di un uccello inaspettato, il profumo della terra bagnata — creano esperienze condivise che diventano il tessuto connettivo della relazione gruppale. Il setting naturale equalizza in modo peculiare: di fronte a un temporale tutti sono uguali, anziani e terapeuta, e questa parità produce autenticità.

Le partecipanti riferiscono non solo maggiore senso di benessere, ma anche una rinnovata capacità di apertura all’inatteso, di stupore, di gioco. Qualità che la cultura dominante associa all’infanzia, ma che il contatto con la natura — nella sua perenne creatività e trasformazione — aiuta a ritrovare in ogni stagione della vita. La ricerca di Koltz e Koltz (2022) su eco-art activities per anziani conferma che interventi nature-based riducono il distress legato all’invecchiamento e facilitano la riformulazione di un’identità creativa nella terza età.

3. L’albero come metafora dell’esistenza

Sia nel lavoro con gli anziani che nelle cure palliative, la metafora dell’albero emerge come lo strumento simbolico più potente dell’eco-art therapy. Non è una metafora imposta: è quella che la natura stessa offre, e che le diverse culture hanno elaborato attraverso millenni di tradizioni spirituali, rituali e narrative.

L’albero come autobiografia vivente

• Radici: la famiglia d’origine, i luoghi formativi, le esperienze fondative che sostengono il peso della vita
• Tronco: la forza portante, la capacità di reggere le avversità, l’identità core
• Rami: le relazioni significative, le scelte, i percorsi presi e non presi
• Foglie: i momenti presenti, delicati e transitori, destinati a cadere e nutrire il suolo
• Frutti: ciò che si lascia al mondo, il lascito creativo e relazionale
• Stagioni: i cicli di abbondanza e perdita, espansione e raccoglimento

Questa struttura narrativa permette ai partecipanti di costruire “alberi di vita” con materiali naturali — rami, radici, muschio, pietra, semi — come atti creativi di autobiografia. Ian Siddons Heginworth, nella sua opera fondativa Environmental Arts Therapy and the Tree of Life (2010), aveva già teorizzato come questa metafora permetta di dare forma narrativa alla propria esistenza in modo non-lineare e non-verbale, integrando dimensioni che la narrazione puramente cronologica tende a lasciare fuori.

Per le donne anziane del progetto Growing Elders, costruire un albero nel bosco significa portare la propria storia in dialogo con alberi centenari che le hanno precedute e che le sopravviveranno. Per i pazienti in cure palliative, significa dare forma simbolica all’esistenza in un momento in cui la narrazione rischia di interrompersi. In entrambi i casi, il processo creativo diventa un atto di integrazione e di significazione — ciò che la psicologia esistenziale chiama ego integrity (Erikson) e la logoterapia chiama will to meaning (Frankl).

4. Alberi di vita e di morte: cure palliative in Transilvania

C’è un territorio in Europa dove la familiarità con la morte non è ancora completamente nascosta sotto il cemento dell’urbanità moderna: la Transilvania. Le sue foreste antiche, le tradizioni rurali ancora vive, le culture multietniche stratificate — rumena, ungherese, sassone, rom — portano in sé rituali funebri e relazioni millenarie con la terra che rifiutano di trattare la morte come un evento da medicalizzare e isolare.

In questo contesto, Hannah Monteiro ha condotto un progetto intensivo di environmental arts therapy con gruppi misti: pazienti in fase avanzata di malattia, familiari che li accompagnavano, operatori sanitari — medici, infermieri, assistenti domiciliari — che con il morire lavoravano ogni giorno. Le sessioni si svolgevano nei boschi circostanti le strutture di cura, utilizzando la ricchezza e l’asprezza della natura transilvanica come contenitore simbolico per affrontare il confine tra vita e morte.

Dare forma narrativa al confine

Il cuore del lavoro è la costruzione degli “alberi di vita”: ogni partecipante raccoglie materiali naturali e costruisce un albero che rappresenti la propria storia. Non si tratta di negare la morte — la malattia terminale è presente nella stanza, nella fatica dei corpi — ma di portarla nella storia come un capitolo. L’ultimo, forse, ma non privo di significato e non privo di bellezza.

La ricerca in arte-terapia palliativa (Park et al., MDPI 2025; JPSMJ 2020) conferma che questo approccio produce riduzione misurabile di ansia, depressione e dolore percepito, e un aumento significativo del senso di benessere. Ma forse più importante è ciò che i partecipanti descrivono in termini qualitativi: la sensazione che la propria vita abbia avuto senso, che valesse la pena viverla, che qualcosa resti. La creazione artistica diventa un’eredità concreta — fotografata, conservata, talvolta donata ai familiari.

La natura della Transilvania offre un linguaggio simbolico particolarmente potente. Il salice — che nella tradizione botanica è insieme l’albero del lutto e l’albero dell’amore — insegna che dolore e bellezza sono facce della stessa moneta. Le foglie che cadono in autunno non sono una catastrofe: sono parte del ciclo che permette la rinascita. Questo non è un consolatorio pensiero positivo: è l’insegnamento più onesto che la natura possa offrire a chi si avvicina alla propria fine.

Il carico degli operatori sanitari

Una dimensione spesso trascurata nel lavoro con la fine vita è il carico emotivo degli operatori sanitari. Medici e infermieri che lavorano quotidianamente con il morire portano un peso enorme, spesso non riconosciuto e non elaborato — un burnout silenzioso che si accumula nel tempo e che il sistema sanitario raramente affronta in modo adeguato.

Le sessioni di environmental arts therapy offerte agli operatori nel progetto di Monteiro non sono momenti di formazione professionale, ma spazi in cui la propria vulnerabilità può emergere senza essere vissuta come debolezza. Costruire un albero di vita nella foresta, raccogliere muschio e pietre, creare un mandala con foglie — queste azioni portano l’operatore fuori dal ruolo professionale e dentro il proprio essere umano che affronta la morte, come tutti. Il risultato è un ritorno al lavoro con maggiore apertura, empatia e capacità di presenza.

5. Il ciclo delle stagioni come linguaggio terapeutico

Uno dei contributi più originali dell’eco-art therapy ai contesti di lavoro con la fine vita e l’invecchiamento è l’offerta di un linguaggio simbolico alternativo. La cultura medica occidentale tende a parlare di morte in termini di fallimento — il paziente “non ha risposto alle cure”, la malattia ha “vinto”. La natura offre un vocabolario radicalmente diverso: il ciclo, la trasformazione, il ritorno alla terra.

Le quattro stagioni sono al tempo stesso un framework narrativo e una mappa esperienziale. La primavera evoca nascita e potenziale; l’estate la pienezza e l’abbondanza; l’autunno la maturità, il lascito, la perdita necessaria; l’inverno il raccoglimento, il riposo, la preparazione. Nessuna stagione è migliore delle altre: ciascuna ha il suo valore, la sua funzione, la sua bellezza. Invitare i pazienti e gli anziani a identificarsi con una stagione — o con la transizione tra due stagioni — apre conversazioni che il linguaggio clinico raramente permette.

Nel contesto del gruppo Growing Elders, il lavoro stagionale è esplicito: le sessioni seguono il ritmo del bosco per un intero anno, e le partecipanti osservano come il bosco cambia — e come cambiano le proprie risposte emotive al bosco — stagione dopo stagione. Questa continuità crea un senso di appartenenza al ciclo naturale che contrasta il senso di isolamento che spesso accompagna la vecchiaia nelle società contemporanee.

6. Implicazioni cliniche: anziani e cure palliative nel setting naturale

Lavorare con anziani in ambiente naturale

Il lavoro con gli over 65 in setting naturale richiede attenzioni specifiche che vanno ben oltre la competenza arterapeutica standard. L’accessibilità è la prima priorità: non tutti gli anziani possono camminare su terreni accidentati, e il terapeuta deve saper adattare il percorso alle capacità fisiche del gruppo. Questo non significa rinunciare all’esperienza in natura: significa scegliere con cura il setting, prevedere sedute, percorsi sicuri, pause frequenti.

La dimensione senso-motoria del lavoro con materiali naturali è particolarmente indicata per anziani con deterioramento cognitivo lieve o moderato: la ricerca sistematica (Frontiers in Psychology, 2022) conferma che la stimolazione sensoriale attraverso texture naturali attiva memorie procedurali e autobiografiche che altri approcci non raggiungono. Il gesto di fare — impastare argilla, intrecciare rami, disporre foglie — è accessibile anche quando il linguaggio verbale è compromesso.

La reminiscenza è un processo naturale nella terza età, e il setting naturale la potenzia in modo significativo. Profumi, suoni, texture riattivano memorie episodiche che aprono conversazioni inaspettate. Il terapeuta impara a stare in ascolto di questi emergenti, senza forzare una narrazione predeterminata ma accompagnando ciò che emerge. L’ego integrity — la capacità di guardare alla propria vita con accettazione e senso — si costruisce attraverso questi piccoli atti di reminiscenza incarnata.

Lavorare nelle cure palliative

Il lavoro nelle cure palliative richiede competenze aggiuntive: una formazione di base nella psicologia del morire (Kübler-Ross; Byock), la capacità di tollerare il dolore dell’altro senza fughe verso il rassicurante, la consapevolezza dei propri limiti. Non è un lavoro per tutti, e non è un lavoro che si può fare senza supervisione regolare.

La specificità dell’eco-art therapy palliativa è che non richiede che il paziente “faccia” necessariamente qualcosa in senso convenzionale. Stare nel bosco, osservare, toccare una pietra, ascoltare il vento — queste esperienze sono già terapeutiche in sé. La soglia dell’attività è bassissima, il che la rende accessibile anche in condizioni di grande debolezza fisica. Alcune sessioni del progetto di Monteiro prevedevano semplicemente che i pazienti sedessero tra gli alberi, accompagnati da un operatore, in silenzio. Anche questo è arte ambientale.

Il lavoro congiunto con familiari e operatori crea una comunità di cura attorno al paziente che riduce l’isolamento del morire. Quando tutti hanno costruito il proprio albero di vita, quando tutti hanno toccato la stessa terra e respirato la stessa aria del bosco, qualcosa di fondamentale è condiviso. La morte diventa meno solitaria.

Framework ETC nelle fasi della vita

Nota ETC (Expressive Therapies Continuum): nel lavoro con anziani e in cure palliative, il lavoro terapeutico si svolge prevalentemente ai livelli Cinestetico/Sensoriale (K/S) — contatto diretto con materiali naturali, stimolazione senso-motoria, presenza corporea — e Percettivo/Affettivo (P/A) — riconoscimento di forme, espressione di emozioni attraverso colori e composizioni naturali. Il livello Simbolico/Creativo (CR) emerge spontaneamente nella costruzione degli alberi di vita e nella narrativa che li accompagna.

7. Supervisione, etica e cura del terapeuta

Lavorare con la vecchiaia e con la morte mette il terapeuta di fronte alle proprie paure esistenziali. L’eco-art therapy non offre una protezione magica dal contatto con questi temi: offre invece strumenti per elaborarli creativamente. Per questo la supervisione regolare — individuale e di gruppo — non è un’opzione ma una necessità strutturale. Il terapeuta che porta gli anziani nel bosco o siede con un paziente terminale mentre costruisce il suo albero di vita ha bisogno di uno spazio in cui portare la propria esperienza emotiva senza mascherarla.

L’etica del lavoro in questi contesti include attenzione alla dimensione spirituale: per molti anziani e per molti morenti, il contatto con la natura risveglia domande e risorse spirituali che il setting secolarizzato spesso ignora. Il terapeuta deve saper accogliere questo senza imporre una cornice religiosa specifica, e senza liquidare queste domande come irrilevanti per il lavoro terapeutico. La spiritualità — nel senso più ampio del termine — è parte integrante di come gli esseri umani affrontano i cicli della vita.

La sicurezza fisica in setting outdoor va calibrata in modo ancora più attento che in altri contesti: anziani e malati hanno maggiore vulnerabilità al freddo, all’umidità, alla fatica. Valutazioni individuali preventive, piani di emergenza chiari, comunicazione costante con i caregivers e con il personale medico sono componenti non negoziabili di un programma responsabile di eco-art therapy con queste popolazioni.

8. Conclusione: la foresta insegna a morire e a vivere

I due progetti esplorati in questo articolo — il Growing Elders di Rowena Pester e il lavoro palliativo di Hannah Monteiro — dimostrano che l’eco-art therapy può accompagnare le soglie più impegnative dell’esistenza umana con una delicatezza e una profondità che altri approcci raramente raggiungono. La natura, con i suoi cicli inesorabili e la sua totale assenza di giudizio, offre un framework simbolico in cui la vecchiaia non è decadimento e la morte non è sconfitta.

Per l’arteterapeuta che vuole integrare questa prospettiva nella propria pratica, questi case study offrono non solo ispirazione ma anche indicazioni concrete: l’importanza del setting scelto con cura, la potenza della metafora arborea, la necessità di una supervisione robusta, la bellezza del lavoro creativo con materiali naturali in qualunque condizione di salute e di età. Il bosco accoglie tutti: i bambini che giocano nel fango, le donne anziane che intrecciano rami, i morenti che raccolgono foglie per costruire un ultimo albero di vita. E in questa accoglienza incondizionata sta forse la lezione più preziosa che la natura possa offrire all’arte terapeutica.

Concludere un articolo su questi temi con le parole giuste è difficile. Forse è più onesto chiuderlo con un’immagine: una quercia vecchia di quattrocento anni, le radici affondate nella terra nera, i rami spogli in inverno. Non è morta. Sta riposando. Tornerà verde in primavera — o forse no, se è il suo tempo. In entrambi i casi, ha fatto la sua parte. Ha dato ombra, frutto, rifugio. Ha testimoniato.

Riferimenti bibliografici

Heginworth, I. S., & Nash, G. (Eds.). (2020). Environmental Arts Therapy: The Wild Frontiers of the Heart. Routledge. [Capitoli: Rowena Pester, pp. 188-203; Hannah Monteiro, pp. 259-298]

Heginworth, I. S. (2010). Environmental Arts Therapy and the Tree of Life. Spirit’s Rest Books.

Koltz, R. L., & Koltz, D. J. (2022). Eco-art activities for older adults: Reducing stress and reframing aging. Journal of Creativity in Mental Health, 17(3), 423-435.

Kagin, S. L., & Lusebrink, V. B. (1978). The Expressive Therapies Continuum. Art Psychotherapy, 5(4), 171-180.

Erikson, E. H. (1963). Childhood and Society (2nd ed.). Norton.

Park, S., et al. (2025). The Arts Therapies in Palliative and End-of-Life Care: Insights from a Cross-Cultural Knowledge Exchange Forum. Behavioral Sciences, 15(5), 602. MDPI.

Frontiers in Psychology. (2025). Exploring nature-based art therapy: A scoping review.

Frontiers in Psychology. (2025). A randomized controlled trial study of a life review art intervention for older adults living alone.

Journal of Pain and Symptom Management. (2020). Art Therapy in a Palliative Care Unit: Symptom Relief and Perceived Helpfulness in Patients and Their Relatives.

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