1. Il trauma come rottura del sistema di attaccamento

Il sistema di attaccamento — teorizzato da John Bowlby a partire dagli anni Sessanta e sviluppato da Mary Ainsworth con la ricerca empirica sul Strange Situation — è il sistema biologico che orienta l’essere umano a cercare vicinanza con figure significative in momenti di pericolo, dolore o incertezza. È il sistema che permette al bambino di usare il caregiver come “base sicura” da cui esplorare il mondo e come “porto sicuro” a cui tornare in caso di distress.

Il trauma, nella prospettiva dell’attaccamento, ha una definizione più precisa di quella psichiatrica generale. Non è semplicemente un evento spaventoso: è una rottura nel sistema di protezione. Quando le figure di attaccamento — genitori, caregiver, partner — sono allo stesso tempo fonte di paura e di bisogno di cura, il sistema nervoso si trova in un paradosso insolvibile: avvicinarsi per essere protetti espone contemporaneamente al pericolo. Questa situazione paradossale — “fright without solution” nella definizione di Main e Hesse (1990) — produce i pattern di attaccamento disorganizzato, i più fortemente associati alle psicopatologie dell’età adulta.

Carol George, Mary Main e le loro collaboratrici hanno documentato come questi pattern si trasmettano transgenerazionalmente: i genitori con stati mentali non risolti rispetto al trauma o alla perdita tendono, con alta probabilità statistica, ad avere figli con pattern di attaccamento disorganizzato (George & Solomon, 2008). Questa trasmissione non è deterministica — si tratta di probabilità, non di destino — ma indica quanto sia importante, nel lavoro clinico con il trauma, considerare la dimensione dell’attaccamento.

2. Il lutto incompleto: quando l’elaborazione si blocca

Carol George distingue tra lutto normale e lutto incompleto o irrisolto. Il lutto normale — per quanto doloroso — segue un processo di progressiva integrazione della perdita: il dolore si intensifica e poi si attenua, l’individuo riesce gradualmente ad adattarsi alla realtà della perdita e a riorganizzare la propria vita interna ed esterna. Il lutto incompleto è un processo di elaborazione che si è bloccato: l’individuo rimane psicologicamente ancorato alla perdita, incapace di integrarla senza esserne sopraffatto (George et al., 2021).

Il lutto irrisolto non è semplicemente un dolore prolungato: è un pattern specifico di processamento della memoria e dell’esperienza. Si manifesta clinicamente come lapses nella coerenza del discorso quando si parla della perdita — salti improvvisi di logica, confusione tra passato e presente, elaborazione soprannaturale della morte, o silenzio improvviso e prolungato. Questi lapses indicano che la memoria della perdita non è integrata: quando viene attivata, sopraffà temporaneamente la normale capacità di processamento cognitivo.

Il lutto irrisolto è fortemente associato alla trasmissione intergenerazionale del trauma: un genitore con lutto irrisolto tende a produrre — attraverso pattern comunicativi impliciti e inconsapevoli — uno stato di confusione e paura nel bambino che interferisce con il suo sviluppo di un attaccamento sicuro. Per questo motivo, il trattamento del lutto irrisolto nell’adulto ha implicazioni che vanno ben oltre la persona in trattamento, raggiungendo potenzialmente le generazioni future.

3. L’AAP: un assessment narrative-based dell’attaccamento

Il Sistema Proiettivo di Attaccamento Adulto (AAP, Adult Attachment Projective Picture System) è una procedura di assessment standardizzata sviluppata da Carol George e Malcolm West (2012) che utilizza otto disegni in bianco e nero — raffiguranti situazioni di separazione, solitudine, malattia e perdita — per esplorare lo stato mentale dell’individuo rispetto all’attaccamento.

Non è un test nel senso tradizionale: non misura tratti fissi o statici, ma pattern dinamici di processamento delle esperienze di attaccamento. I disegni mostrano scene volutamente ambigue — un bambino da solo vicino a una finestra, un adulto in piedi davanti a una tomba, due figure di fronte a un letto d’ospedale — e il partecipante è invitato a costruire una storia per ciascuna. Il modo in cui organizza queste storie — se i personaggi trovano supporto o rimangono soli, se le crisi si risolvono o si aggravano, se la coerenza narrativa si mantiene o collassa — rivela il suo stato mentale rispetto all’attaccamento.

L’AAP ha una notevole validità convergente con l’Adult Attachment Interview di Mary Main — il gold standard della ricerca sull’attaccamento adulto — e presenta il vantaggio di essere più breve (30-45 minuti vs. 60-90 minuti) e di utilizzare stimoli visivi invece che esclusivamente verbali, rendendolo particolarmente adatto a popolazioni cliniche in cui la competenza verbale è variabile o limitata.

4. I pattern di attaccamento nell’AAP

L’AAP classifica le risposte in quattro pattern principali, paralleli alle classificazioni dell’AAI. Il pattern sicuro è caratterizzato da narrazioni coerenti e bilanciate, in cui i personaggi cercano e trovano supporto nelle figure di attaccamento, le crisi vengono affrontate in modo adeguato, e il narratore dimostra accesso flessibile sia alle emozioni positive che a quelle negative.

Il pattern distanziante produce narrazioni che minimizzano o razionalizzano le difficoltà: i personaggi sono autonomi, le emozioni disturbanti vengono neutralizzate attraverso la logica, le figure di attaccamento sono assenti o irrilevanti. Questo pattern riflette uno stile difensivo che ha imparato a non fare affidamento sugli altri per il supporto emotivo — spesso come adattamento funzionale a figure di attaccamento emotivamente non disponibili.

Il pattern preoccupato produce narrazioni caotica e emotivamente sopraffatte: i personaggi sono intrappolati in conflitti e in emozioni intense, le storie non trovano risoluzione, il narratore sembra ancora emotivamente implicato in conflitti relazionali passati. Questo pattern riflette un attaccamento ansioso-ambivalente: l’ipersensibilità alle minacce relazionali e la difficoltà a regolare l’intensità emotiva.

Il pattern irrisolto — quello più direttamente associato al trauma e al lutto non elaborato — si manifesta come crollo della coerenza narrativa nei momenti in cui vengono attivate le memorie traumatiche o di perdita. Queste “disintegrazioni” narrative — lapses nella monitorizzazione del ragionamento o del discorso — indicano che la memoria traumatica non è integrata e che il sistema di attaccamento viene sopraffatto dalla sua attivazione.

5. L’AAP come strumento terapeutico

Originariamente sviluppato come strumento di assessment, l’AAP ha dimostrato potenzialità terapeutiche significative che vanno oltre la sua funzione valutativa. Le immagini del sistema proiettivo diventano stimoli per rielaborare e riconsolidare le emozioni e le memorie implicite legate all’attaccamento — funzionando in modo analogo agli stimoli proiettivi di altri approcci art-based (George et al., 2021).

Quando un cliente con trauma irrisolto crea una storia per l’immagine della tomba — e la storia collassa improvvisamente nella confusione o nel silenzio — il terapeuta ha accesso diretto, in tempo reale, al momento in cui la memoria traumatica sopraffà le risorse di processamento. In questo momento, invece di procedere, il terapeuta può intervenire con risorse di stabilizzazione: rallentare, portare l’attenzione nel corpo, offrire un’ancora nel presente. Questo intervento nel momento di attivazione — sfruttando la finestra di riconsolidamento — è clinicamente molto potente.

L’uso dell’AAP come strumento terapeutico richiede una formazione specifica nella codifica e nell’interpretazione del sistema, che va ben oltre la semplice somministrazione. La formazione ufficiale è disponibile attraverso il laboratorio di ricerca di Carol George all’Università di Mills.

6. Il caso di Carole: 38 anni di matrimonio e una crisi d’attaccamento

Carole, 65 anni, si presenta in terapia dopo che il marito Bill, 70 anni, l’ha improvvisamente lasciata via email mentre lei era in viaggio. Trentotto anni di matrimonio — e una scoperta brutale: che il marito la percepiva come distante, come un “elettrodomestico”. La valutazione con l’AAP rivela un pattern di attaccamento ambivalente-preoccupato: Carole è intrappolata nelle sue relazioni passate, ancora emotivamente sopraffatta da figure di attaccamento della sua storia. Le sue storie per le immagini sono dense di conflitto irrisolto, i personaggi non trovano supporto adeguato, le crisi si aggravano invece di risolversi.

Il lavoro terapeutico utilizza le immagini dell’AAP come punto di partenza per esplorare i pattern di attaccamento che hanno organizzato la vita relazionale di Carole — non per colpevolizzarla, ma per aiutarla a comprendere come certe aspettative implicite, certi modi di chiedere (o di non chiedere) supporto, certi pattern di gestione del conflitto abbiano plasmato la sua relazione con Bill senza che lei ne fosse consapevole. Questa comprensione non è un esercizio intellettuale: è un passo verso la possibilità di relazionarsi diversamente nel futuro (George et al., 2021).

7. L’attaccamento guadagnato: una trasformazione possibile

Una delle scoperte più incoraggianti della ricerca sull’attaccamento è che i pattern sviluppati nell’infanzia non sono immutabili. Gli adulti che hanno vissuto esperienze di attaccamento difficile possono sviluppare, attraverso la psicoterapia e attraverso relazioni significative, quello che i ricercatori chiamano “attaccamento guadagnato” — earned security — una sicurezza costruita nel tempo, non data per scontata, ma profondamente autentica (Pearson et al., 1994).

L’attaccamento guadagnato non significa dimenticare le esperienze difficili: significa averle elaborate sufficientemente da poterle raccontare in modo coerente e bilanciato, senza esserne ancora sopraffatti. Significa aver sviluppato la capacità di fare affidamento sugli altri quando necessario, di riconoscere i propri bisogni relazionali, di tollerare l’intimità senza difendersi o sommergersi.

La ricerca longitudinale mostra che gli adulti con attaccamento guadagnato — pur provenendo da storie difficili — tendono ad avere figli con pattern di attaccamento sicuro in proporzione simile a quella degli adulti con attaccamento sicuro “originario” (van IJzendoorn, 1995). Questo dato ha implicazioni profonde per la prevenzione: il trattamento efficace del trauma e del lutto irrisolto nell’adulto può interrompere la trasmissione intergenerazionale dei pattern di attaccamento insicuro.

8. La relazione terapeutica come base sicura

Nel lavoro con il trauma dell’attaccamento, la relazione terapeutica non è solo il contesto in cui avviene il trattamento: è essa stessa lo strumento terapeutico principale. La capacità del terapeuta di offrire una “base sicura” — di essere disponibile, responsivo, coerente, capace di reggere le emozioni intense del cliente senza esserne sopraffatto — è ciò che permette al cliente di sperimentare, forse per la prima volta, cosa significa una relazione sicura.

Questa esperienza relazionale correttiva non è sufficiente da sola — il lavoro esplicito sulla memoria, sul trauma, sulla storia di attaccamento è necessario — ma è la condizione di possibilità di tutto il resto. Senza una sufficiente sicurezza nella relazione terapeutica, il cliente non può rischiare di avvicinarsi al materiale traumatico, non può tollerare le emozioni intense che emergono nell’elaborazione, non può integrare le nuove comprensioni in un senso di sé modificato.

Per l’arteterapeuta che lavora con il trauma dell’attaccamento, questo significa che la competenza tecnica — le conoscenze sull’AAP, sulle tecniche di stabilizzazione, sulle forme primarie del Disegno Guidato — è al servizio di una qualità della presenza relazionale che non si insegna nei libri. Si costruisce attraverso la propria terapia personale, la supervisione, la riflessione continua sulla propria storia di attaccamento e sulle sue implicazioni per il modo in cui si è con i clienti.

Bibliografia

  • Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the Strange Situation. Lawrence Erlbaum.
  • Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.
  • George, C., & Solomon, J. (2008). The caregiving system: A behavioral systems approach to parenting. In J. Cassidy & P. R. Shaver (Eds.), Handbook of attachment (2nd ed., pp. 833–856). Guilford Press.
  • George, C., & West, M. (2012). The Adult Attachment Projective Picture System: Attachment theory and assessment in adults. Guilford Press.
  • George, C., West, M., & Pettem, O. (2021). Working with attachment trauma: Clinical application of the Adult Attachment Projective Picture System. Guilford Press.
  • Main, M., & Hesse, E. (1990). Parents’ unresolved traumatic experiences are related to infant disorganized attachment status. In M. T. Greenberg, D. Cicchetti, & E. M. Cummings (Eds.), Attachment in the preschool years (pp. 161–182). University of Chicago Press.
  • Pearson, J. L., Cohn, D. A., Cowan, P. A., & Cowan, C. P. (1994). Earned- and continuous-security in adult attachment: Relation to depressive symptomatology and parenting style. Development and Psychopathology, 6(2), 359–373.
  • Van IJzendoorn, M. H. (1995). Adult attachment representations, parental responsiveness, and infant attachment: A meta-analysis on the predictive validity of the Adult Attachment Interview. Psychological Bulletin, 117(3), 387–403.
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