La poetica dello spazio e gli elementi nell’arteterapia: casa, rifugio, fuoco, immensità

Chiedere a un bambino di disegnare la propria casa significa chiedergli di rivelare il rifugio più profondo che ha trovato per la sua felicità. Se è felice, disegnerà una casa forte, protetta. Se è infelice, la casa porterà le tracce della sua sofferenza. Questa osservazione, riportata da Bachelard nella Poetica dello Spazio a partire dagli studi di Françoise Minkowska, contiene in nuce l’intero programma dell’arteterapia degli spazi intimi: le immagini di case, nidi, gusci, angoli, fiamme e immensità non sono rappresentazioni innocue di oggetti esterni, ma mappe dell’interiorità, specchi della struttura psicologica di chi le crea.

Questo articolo esplora la fenomenologia immaginativa di Gaston Bachelard nelle sue implicazioni dirette per la pratica arteterapeutica. Attraverso quattro territori – la casa come simbolo dell’interiorità, le immagini di contenimento (nidi, gusci, angoli), l’immensità intima e il fuoco come mediatore simbolico – costruiamo un repertorio teorico e clinico che ogni arteterapeuta può integrare nella propria pratica.


Parte prima: La casa come primo universo

1. La nostra casa è il nostro angolo di mondo

Con questa frase semplice e potente, Bachelard apre la sua fenomenologia della casa. Per il filosofo francese, la casa non è semplicemente l’edificio in cui si abita: è il luogo dove la psiche costruisce il proprio senso di radicamento nel mondo. È il primo universo, un cosmo nel senso pieno della parola. Bachelard chiama topoanalisi lo studio sistematico dei luoghi della nostra vita intima – un’analisi topografica dell’anima.

Per l’arteterapeuta, le case che i pazienti disegnano, le case che appaiono nei loro sogni, le case che costruiscono in terracotta o in carta non sono rappresentazioni di un oggetto architettonico: sono stati psichici. Come scrive Bachelard, tutte le grandi immagini semplici rivelano uno stato psichico. La casa, anche quando è riprodotta come appare dall’esterno, parla di intimità. Una casa senza porte è diversa da una casa con tutte le finestre sbarrate. Una casa in costruzione è diversa da una casa in rovina. Ogni dettaglio parla il linguaggio simbolico dello spazio abitato.

Bachelard applica alla casa il metodo fenomenologico: non cerca di decodificare o ridurre l’immagine a un significato nascosto (come farebbe la psicoanalisi), ma si lascia abitare dall’immagine, esplorandone le risonanze emotive e poetiche. Questo approccio è straordinariamente affine allo spirito dell’arteterapia junghiana, dove l’immagine non va spiegata ma esplorata, non tradotta ma abitata.

2. Dal sottosuolo alla mansarda: la verticale psicologica

Bachelard analizza la casa nella sua struttura verticale: dalla cantina alla soffitta. La cantina è il luogo dell’oscuro, del profondo, delle paure irrazionali – l’inconscio della casa, dove vengono depositati gli oggetti dismessi, i segreti, le memorie che non vogliamo vedere. La soffitta è il luogo della ragione, della chiarezza, della prospettiva aerea – ma anche della malinconia e del ricordo. I piani intermedi sono la vita quotidiana, il presente, le relazioni.

Questa verticalità psicologica è immediatamente utilizzabile in arteterapia. Chiedere a un paziente di disegnare la propria casa includendo la cantina, i piani intermedi e la soffitta, e poi esplorare cosa popola ciascun livello, è un modo elegante e non invasivo per esplorare la struttura della sua vita psichica. Bachelard ricordava come gli adulti ricordino le scale della cantina dall’alto verso il basso, ma le scale della soffitta dal basso verso l’alto: un dettaglio fenomenologico minuto che rivela la direzione del movimento psichico associato a ciascuno spazio.

Per l’arteterapeuta junghiano, la verticalità della casa bachelardiana richiama la struttura stessa della psiche: l’inconscio nelle profondità, la coscienza al piano terra, le aspirazioni e le idealizzazioni nella soffitta. Lavorare con la casa verticale è lavorare con un modello spaziale della psiche.

3. Il rifugio e la protezione

Un tema centrale nella fenomenologia bachelardiana è quello del rifugio. La casa è protezione, contenimento, abbraccio. Anche la più umile delle dimore ha bellezza, dice Bachelard, se siamo disposti a sognare. L’immaginazione costruisce mura di ombra impalpabile, conforta con l’illusione della protezione.

Per l’arteterapeuta, quando un paziente disegna case – anche case distrutte, case senza tetto, case aperte agli elementi – sta raccontando qualcosa del suo senso di protezione nel mondo. Integrare la poetica dello spazio nella pratica arteterapeutica significa trattare ogni immagine di casa come un invito all’esplorazione fenomenologica dell’interiorità: chi vive in ogni stanza? Cosa è accaduto in quella cucina? Cosa desidera entrasse da quella porta? Il tempo della rêverie e il pudore delle profondità vanno rispettati.

Parte seconda: Nidi, gusci, angoli – le immagini di contenimento

4. Il nido come archetipo del rifugio

Bachelard dedica capitoli interi della Poetica dello Spazio a quelle che potremmo chiamare immagini di contenimento: il nido, il guscio, l’angolo, il cassetto, la tana. Sono immagini apparentemente semplici, quasi infantili. Ma nelle mani di Bachelard – e nelle sedute di arteterapia – diventano specchi della vita psicologica più profonda.

Il nido è l’immagine della protezione originaria, del rifugio caldo e circolato costruito con cura. Bachelard osserva che nessun nido si abita due volte: la sua fragilità è parte della sua perfezione. Ogni primavera, ogni generazione, costruisce il proprio. Questa immagine ha una risonanza immediata per chi lavora in arteterapia con persone che hanno vissuto traumi legati alla perdita della casa, alla migrazione, all’abbandono: il nido rappresenta il desiderio di costruire un rifugio anche dopo che tutti i rifugi precedenti sono stati distrutti.

Il guscio – della chiocciola, dell’ostrica, del granchio – è una casa che si porta con sé, che cresce insieme all’abitante, che si adatta alla forma di chi la abita. Bachelard vi vede l’immagine della continuità tra l’essere e il proprio involucro: siamo modellati dallo spazio che abbiamo abitato, e quel modello rimane. In arteterapia, costruire un guscio in terracotta, disegnare il guscio ideale, esplorare la relazione tra il proprio corpo e i propri spazi vitali può essere un lavoro di straordinaria profondità per i pazienti in fase di transizione.

5. L’angolo come luogo dell’essere

L’angolo è forse l’immagine più intima della serie bachelardiana. È il luogo dove l’essere si ritira, si raccoglie, si protegge. Un angolo è un porto sicuro, scrive Bachelard: il luogo in cui il sogno si raccoglie, in cui la fantasia può lavorare in silenzio.

Per l’arteterapeuta, l’angolo è anche un invito a pensare allo spazio terapeutico stesso. La terapia non avviene al centro di una piazza, ma in un angolo riparato: uno spazio delimitato, contenuto, sicuro. Il setting terapeutico come angolo ha una qualità psicologica specifica che Bachelard aiuta a cogliere nella sua dimensione fenomenologica. Allestire lo studio d’arte come un angolo di mondo – intimo, protetto, accogliente – non è una questione estetica ma clinica: è creare le condizioni materiali per la rêverie terapeutica.

Parte terza: L’immensità intima e la dialettica dello spazio

6. Il paradosso della miniatura

Uno dei capitoli più suggestivi della Poetica dello Spazio è dedicato alla miniatura. Un paradosso accompagna la riflessione: le cose piccole evocano cose grandi. Un modellino di casetta, una barchetta di carta, un giardino in miniatura – ognuno di questi oggetti è capace di contenere un mondo intero. L’immaginazione li dilata, li popola, ci abita dentro.

Per Bachelard, la miniatura è un luogo di immaginazione assoluta: libera dalla schiavitù dello spazio reale, l’immagine in miniatura può essere esplorata con una lentezza e un’attenzione che il mondo grande non permette. Questa osservazione è preziosa per l’arteterapia: le piccole sculture, i modellini, le costruzioni in materiali semplici che i pazienti realizzano in terapia possono essere infinitamente più ricche di significato di quanto la loro modestia materiale lasci supporre. Trattarle con rispetto – non minimizzarle, non commentarle troppo in fretta – è fondamentale per permettere loro di svolgere la funzione trasformativa.

7. L’immensità intima e il Sé junghiano

Il polo opposto della miniatura è l’immensità intima: la capacità dello spazio interiore di espandersi verso l’infinito. Certi paesaggi, certe esperienze musicali, certi momenti di contemplazione profonda producono un senso di immensità che non ha a che fare con lo spazio fisico ma con la profondità dell’esperienza soggettiva. L’immensità è nello spirito di chi contempla, non nell’oggetto contemplato.

Questo senso dell’immenso è una categoria psicologica fondamentale, collegata all’archetipo junghiano del Sé – quel nucleo profondo della psiche che percepisce la propria connessione con qualcosa di più grande dell’Io. In arteterapia, quando un paziente produce un’immagine che evoca in lui un senso di vastità, di apertura, di connessione con qualcosa di più grande – un paesaggio sterminato, un cielo notturno, un mare senza confini – può essere in contatto con questa dimensione dell’immensità intima, che è al tempo stesso esperienza estetica e movimento verso il Sé.

8. Dentro e fuori: la dialettica dello spazio

Bachelard analizza la dialettica tra dentro e fuori – un tema centrale sia nella filosofia che nella psicologia. Ciò che sta dentro e ciò che sta fuori non sono semplicemente separati da un confine fisico: il confine è psicologico, simbolico, relazionale. Chi vive un trauma spesso descrive la sensazione di sentirsi fuori da sé stesso; chi elabora un lutto descrive il morto come presente dentro di sé.

Lavorare con le immagini di interno/esterno in arteterapia – disegnare cosa è dentro e cosa è fuori, costruire contenitori che hanno un dentro e un fuori significativi – è un modo di esplorare questa dialettica fondamentale attraverso il gesto creativo.

9. La fenomenologia della rotondità

L’ultimo capitolo della Poetica dello Spazio è dedicato alla rotondità. Il cerchio, la sfera, la forma tonda sono immagini di completezza, di totalità, di ritorno a sé. Bachelard cita il filosofo Minkowski: l’essere rotondo porta felicità; è un essere in riposo. Per Jung, la rotondità era l’immagine del Sé, dell’integrazione psichica – il mandala come forma archetipica della totalità.

In arteterapia, l’emergenza spontanea di forme circolari – mandala, spirali, cerchi – è spesso un segnale che la psiche sta lavorando verso la propria centratura. Bachelard ci offre una fenomenologia poetica di queste immagini che complementa l’interpretazione junghiana con una sensibilità alle qualità esperienziali del tondo: il suo calore, la sua pienezza, il senso di protezione che evoca. Dove Jung vede un archetipo, Bachelard sente una risonanza corporea e poetica: le due prospettive, insieme, offrono all’arteterapeuta una comprensione più ricca e stratificata del cerchio che appare sul foglio del paziente.

Parte quarta: Il fuoco come mediatore simbolico

10. Il fuoco: primo oggetto di meraviglia e di divieto

Per Bachelard, il fuoco è il primo oggetto di meraviglia e di proibizione. Toccarlo è il primo peccato, il primo confronto con il limite imposto dall’adulto al bambino che allunga la mano verso la fiamma. Questo incontro originario – l’attrattiva irresistibile e il dolore del bruciore – lascia un’impronta profonda nell’immaginario. Come scrive Danielewski nella sua prefazione alla Poetica dello Spazio, Bachelard potrebbe sedere altrettanto comodamente a un tavolo di chimici e fisici che a una conversazione tra i fantasmi di Carl Jung e James Hillman.

Il Complesso di Prometeo descrive il desiderio di sapere più dei propri padri e maestri – il fuoco rubato agli dèi come fuoco della conoscenza e dell’emancipazione. Il Complesso di Empedocle descrive la tendenza a voler fondersi con l’oggetto di contemplazione, a lasciarsi consumare dall’intensità dell’esperienza. In arteterapia, pazienti con tendenze dissociative possono produrre immagini di fuoco travolgente, di fiamme che consumano tutto: riconoscere questo complesso aiuta l’arteterapeuta a lavorare con queste immagini in modo contenuto.

Al di là dei complessi individuali, il fuoco ha una dimensione simbolica universale: purificazione, trasformazione, luce nella notte, sacrificio, rinascita. Il fuoco alchemico che trasforma il piombo in oro è la metafora per eccellenza della trasformazione psicologica. L’arteterapeuta che lavora con immagini di fuoco – dipinti, sculture in creta cotte nel forno, candele – sta lavorando con uno degli archetipi più potenti dell’esperienza umana.

Conclusione: Lo spazio come linguaggio dell’anima

Bachelard ci ha insegnato che lo spazio non va semplicemente descritto, ma vissuto poeticamente – attraverso la rêverie che lo popola di significato. Per l’arteterapeuta, ogni immagine prodotta in seduta è uno spazio da abitare: una casa da esplorare stanza per stanza, un nido da costruire, un angolo in cui rifugiarsi, un fuoco da contemplare, un’immensità in cui perdersi e ritrovarsi.

La fenomenologia bachelardiana e la psicologia analitica junghiana convergono su un punto essenziale: l’immaginazione non è fuga dalla realtà, ma il modo più profondo di abitarla. Le immagini di spazio che i pazienti creano in arteterapia – case, rifugi, cerchi, fiamme – non sono illustrazioni dei loro problemi: sono i luoghi in cui la psiche lavora alla propria trasformazione. L’arteterapeuta che conosce Bachelard sa che ogni materia ha la sua immaginazione, ogni spazio ha la sua poetica, e ogni immagine merita di essere abitata prima di essere compresa.

Riferimenti bibliografici

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