1. Il lutto come esperienza inesprimibile
Il lutto è una delle esperienze umane più universali e, al tempo stesso, più radicalmente solitarie. Ogni perdita significativa — la morte di una persona cara, la fine di una relazione, la perdita della salute o del senso di sé — produce un dolore che spesso resiste alla verbalizzazione. Non perché non ci siano parole: ma perché le parole che esistono sembrano sempre inadeguate, troppo piccole per contenere l’enormità dell’assenza.
Le terapie espressive offrono un territorio in cui il lutto può essere abitato in modo diverso dalla narrazione verbale. L’immagine, il suono, il gesto, il ritmo — tutti questi linguaggi hanno una capacità di contenere la complessità e la contraddittorietà dell’esperienza del lutto che le parole difficilmente possiedono. Si può disegnare il dolore e la gratitudine simultaneamente; si può colorare l’assenza e la presenza nello stesso gesto; si può dare forma all’inesprimibile senza doverlo tradurre in discorso lineare.
Brooke e Miraglia (2015) documentano come le terapie creative — arte, musica, danza, teatro, gioco, lavoro con gli animali — condividano la capacità di incontrare il lutto a un livello pre-verbale, sensoriale, corporeo: il livello in cui il dolore della perdita è più immediato e più reale. Questa è la loro specificità terapeutica nel contesto del lutto.
2. Il lutto dopo un suicidio: complessità e specificità clinica
Tra tutte le forme di perdita, il lutto dopo un suicidio è forse quello più carico di complessità psicologica. I sopravvissuti al suicidio altrui — familiari, amici, colleghi — portano spesso un fardello di emozioni difficili da ammettere anche a se stessi: senso di colpa (“avrei potuto fare qualcosa?”), vergogna sociale, rabbia verso il defunto, incredulità, domande senza risposta che possono perseguitare per anni.
La letteratura clinica documenta come i sopravvissuti al suicidio presentino tassi più elevati di PTSD, depressione e ideazione suicidaria rispetto a chi ha vissuto altri tipi di perdita (Jordan, 2001). Il trauma della morte per suicidio si aggiunge al dolore del lutto, complicando il processo di elaborazione. La terapia verbale può trovare limiti specifici in questo contesto: le emozioni più difficili — la rabbia verso il morto, la vergogna, il sollievo — sono spesso troppo cariche di conflitto morale per essere facilmente espresse in parole.
L’arteterapia offre uno spazio in cui queste emozioni contraddittorie possono coesistere senza dover essere organizzate in una narrativa coerente prima del tempo. La carta non giudica. Il colore non richiede spiegazioni. L’immagine può contenere la rabbia e l’amore simultaneamente, la vergogna e il rimpianto nello stesso spazio.
3. L’immagine artistica nel processo di lutto
Nell’arteterapia per il lutto, la funzione dell’immagine non è quella di illustrare il dolore — come farebbe una descrizione verbale — ma di abitarlo, dargli una forma, renderlo presente e contenuto allo stesso tempo. L’immagine prodotta diventa un oggetto transizionale: un’entità che appartiene sia al mondo interno del cliente sia al mondo esterno condiviso con il terapeuta, e che può essere guardata, modificata, distrutta, ritrovata.
McNiff (1998) ha descritto la creazione artistica come un atto di “animazione delle immagini”: portare alla vita figure che esistono nell’esperienza interiore e dargli una forma esterna che possa essere incontrata, dialogata, trasformata. Nel contesto del lutto, questo processo permette di mantenere una connessione con la persona perduta — non nella negazione della morte, ma nella sua trasformazione in qualcosa che può essere portato avanti nella vita del sopravvissuto.
La ricerca di Worden (2009) sul modello dei compiti del lutto — accettare la realtà della perdita, elaborare il dolore, adattarsi a un mondo senza il defunto, trovare un modo di ricordare pur continuando a vivere — suggerisce come l’arteterapia possa supportare ciascuno di questi compiti attraverso processi creativi specifici: collage fotografici, ritratti, oggetti commemorativi, altari visivi, libri illustrati del ricordo.
4. Il simbolo come strumento terapeutico
Il simbolo è il ponte tra l’esperienza soggettiva e il patrimonio narrativo condiviso dell’umanità. Quando un cliente in lutto trova un simbolo che risuona con la propria esperienza — un uccello, un albero, un’onda, un seme — non sta semplicemente scegliendo una metafora: sta connettendo il proprio dolore individuale con le narrazioni collettive umane sulla vita, la morte e la trasformazione.
Nella tradizione junghiana, i simboli hanno una dimensione archetipica: portano significati che trascendono la cultura individuale e risuonano con strati profondi dell’esperienza umana condivisa. La capacità di lavorare con i simboli — di riconoscerli quando emergono, di accompagnarne l’esplorazione senza forzare interpretazioni premature, di lasciare che rivelino il loro significato nel tempo — è una delle competenze più preziose dell’arteterapeuta che lavora con il lutto.
5. Il caso di Elyse: il passero come mediatore simbolico
Il caso clinico di Elyse — una giovane donna che ha perso il padre per suicidio — illustra con particolare chiarezza come il simbolo emerga spontaneamente nel processo arteterapeutico e come il terapeuta possa accompagnarlo senza colonizzarlo. Sin dalla prima sessione, nelle immagini di Elyse comparve un simbolo ricorrente: il passero.
Il passero, nella mitologia e nel folklore di molte culture, porta significati contraddittori — messaggero di morte, simbolo di amore, portatore di anime, simbolo di libertà. La ricerca di Elyse attorno a questo simbolo — nelle sessioni, nelle biblioteche, nei testi mitologici — ha aperto un dialogo tra la propria esperienza soggettiva e le narrazioni collettive umane sul senso della perdita e della morte. Non era la ricerca di una risposta: era la costruzione di un contenitore simbolico abbastanza ampio da contenere la complessità della propria esperienza.
L’opera finale — un pastello che raffigurava Afrodite con il passero — è nata nell’ultima sessione di terapia, come gesto di chiusura e di trasformazione. Non era una risposta alle domande sul suicidio del padre. Era un modo di tenerle, con grazia, aperte e vive — senza che la loro mancanza di risposta diventasse un fardello insostenibile. Il percorso terapeutico aveva offerto non una soluzione, ma una nuova relazione con il mistero della perdita.
6. Il metodo MARI®: navigare la perdita attraverso le immagini
Il MARI® — Method of Analysis and Reconstruction with Images — è uno strumento terapeutico sviluppato da Joan Kellogg che combina elementi di psicologia junghiana, uso del mandala e analisi delle immagini personali. Non è un test proiettivo nel senso tradizionale: è uno strumento di auto-esplorazione guidata che rispetta l’autonomia del cliente e valorizza la sua capacità di attribuire significato alla propria esperienza (Kellogg, 2002).
Nel contesto del lutto, il MARI® permette di accedere a livelli dell’esperienza che la conversazione ordinaria difficilmente raggiunge. Il cliente sceglie da un mazzo di carte con immagini archetipiche — basate sulla tavolozza del Great Round di Kellogg — le immagini che risuonano con il proprio stato interiore nel momento presente, le dispone su un cerchio (il mandala), e riflette sul significato che emerge dalla loro disposizione e combinazione.
Non si tratta di “spiegare” il proprio dolore. Si tratta di mostrarlo — a se stessi prima che al terapeuta — attraverso la scelta di immagini che il corpo riconosce come “giuste”. Il mandala risultante è una mappa dello stato interiore del cliente: non statica, ma in evoluzione, capace di rivelare pattern, risorse e possibilità di trasformazione.
7. MARI® nella pratica: struttura e processo
La sessione MARI® inizia tipicamente con una fase di radicamento e silenzio — portare l’attenzione nel corpo, fare qualche respiro profondo, lasciare che la mente si calmi. Poi il cliente è invitato a sfogliare lentamente le carte, senza analizzarle razionalmente, e a scegliere quelle che “tirano” — che attraggono l’attenzione per qualsiasi ragione, anche inspiegabile. Non c’è un numero giusto di carte: la scelta è completamente del cliente.
Le carte scelte vengono poi disposte su un cerchio diviso in settori — ciascuno corrispondente a un’area della vita o dell’esperienza. Il terapeuta accompagna il cliente nel processo di disposizione con domande aperte: “Dove senti che questa immagine vuole andare?” “Come si sente il tuo corpo quando metti questa carta qui?” Al termine della disposizione, il mandala è completo — e il cliente lo guarda, lo sente, lo abita.
Il dialogo terapeutico che segue non è interpretativo nel senso classico: non è il terapeuta che “spiega” il mandala al cliente, ma il cliente che lo esplora con il supporto del terapeuta. “Cosa noti guardando questo insieme?” “C’è qualcosa che ti sorprende?” “Se una di queste immagini potesse parlare, cosa direbbe?” Il MARI® è uno strumento per espandere la consapevolezza, non per ridurla a un’unica interpretazione.
8. Significato, identità e guarigione nel lutto
La ricerca contemporanea sul lutto — in particolare il modello della ricostruzione del significato di Robert Neimeyer (2001) — sottolinea come il lutto non sia semplicemente un processo di adattamento alla perdita, ma una sfida alla propria identità narrativa: il senso di chi si è viene messo in discussione dalla perdita, e la guarigione passa attraverso la ricostruzione di una narrativa identitaria che possa integrare la perdita senza esserne dominata.
L’arteterapia — e il MARI® in particolare — supporta questo processo di ricostruzione del significato attraverso l’uso di immagini archetipiche che connettono l’esperienza individuale con narrazioni più ampie. La ciotola che contiene, la spirale che si trasforma, il seme che porta in sé il potenziale della nuova vita — queste immagini non negano il dolore, ma lo collocano in un contesto di significato più ampio in cui la perdita può essere vissuta non solo come distruzione ma anche come trasformazione.
Per l’arteterapeuta che lavora con il lutto, la capacità di stare con il dolore dell’altro — senza tentare di risolverlo prematuramente, senza offrire false consolazioni, senza aver paura del silenzio — è la competenza più fondamentale. Le tecniche e gli strumenti sono preziosi, ma sono al servizio di una presenza umana autentica che sa testimoniare la profondità della perdita e la possibilità della trasformazione.
Bibliografia
- Brooke, S. L., & Miraglia, D. A. (Eds.). (2015). Using the creative therapies to cope with grief and loss. Charles C Thomas.
- Jordan, J. R. (2001). Is suicide bereavement different? A reassessment of the literature. Suicide and Life-Threatening Behavior, 31(1), 91–102.
- Kellogg, J. (2002). Mandala: Path of beauty. ATMA.
- Malchiodi, C. A. (2020). Trauma and expressive arts therapy: Brain, body, and imagination in the healing process. Guilford Press.
- McNiff, S. (1998). Art-based research. Jessica Kingsley Publishers.
- Neimeyer, R. A. (2001). Meaning reconstruction and the experience of loss. American Psychological Association.
- Neimeyer, R. A., Baldwin, S. A., & Gillies, J. (2006). Continuing bonds and reconstructing meaning: Mitigating complications in bereavement. Death Studies, 30(8), 715–738.
- Thompson, B. E. (2009). Applying Kellogg’s MARI to grief therapy. In B. E. Thompson & R. A. Neimeyer (Eds.), Grief and the expressive arts: Practices for creating meaning. Routledge.
- Worden, J. W. (2009). Grief counseling and grief therapy: A handbook for the mental health practitioner (4th ed.). Springer.


