1. I confini nel lavoro con il trauma
I confini non sono semplicemente linee che tracciano i limiti di uno spazio fisico. Sono le linee interne ed esterne che definiamo per proteggere noi stessi e gli altri — chi siamo, chi non siamo, con chi siamo disposti a condividere le parti più vulnerabili di noi. I confini appaiono a livelli diversi della psicologia e del corpo: tolleranze sensoriali, preferenze riguardo alla prossimità fisica, livelli di stimolazione accettabile, gradi di apertura emotiva nelle relazioni.
Nel lavoro con il trauma, i confini sono quasi invariabilmente compromessi. Il trauma — in particolare quello interpersonale — è spesso una violazione di confini: fisici, emotivi, relazionali. Chi ha subito violenza, abuso o trascuratezza ha spesso appreso che i propri confini non vengono rispettati, che non ha il diritto o il potere di difenderli, o — al contrario — ha sviluppato confini così rigidi da impedire qualsiasi forma di contatto autentico.
Il percorso di guarigione include necessariamente una fase di ricostruzione di confini sani: né troppo rigidi da impedire il contatto, né troppo porosi da non proteggere. L’arteterapia offre un territorio particolarmente adatto per esplorare i confini, perché il foglio di carta è esso stesso una metafora del confine: ha un bordo, uno spazio interno e uno spazio esterno, e ciò che il cliente fa con questo spazio — riempirlo completamente, restare nel centro, trabordare oltre i margini, lasciare zone vuote — è già una comunicazione sul proprio rapporto con i confini.
2. I livelli del confine: dalla pelle alla relazione
Elbrecht (2018) identifica diversi livelli di confine che possono essere esplorati nel lavoro arteterapeutico somatico. Il confine fisico è il più immediato: la pelle come interfaccia tra il sé e il mondo. Molti clienti con storia di trauma fisico o sessuale hanno un rapporto disturbato con la propria pelle — come se il confine corporeo fosse stato violato così profondamente da non essere più sentito come proprio.
Il confine energetico è quello che le tradizioni contemplative descrivono come “bolla personale” o “spazio energetico”: la zona intorno al corpo in cui percepiamo la presenza degli altri e che difendiamo in modo variabile a seconda del contesto e della relazione. Il confine emotivo riguarda la capacità di sentire la propria emozione senza esserne sopraffatti e senza proiettarla sugli altri. Il confine relazionale, infine, è la capacità di stare in relazione mantenendo la propria identità — di essere con l’altro senza diventare l’altro o senza scomparire.
In arteterapia, ciascuno di questi livelli può essere esplorato attraverso tecniche specifiche: disegnare la propria “bolla”, esplorare lo spazio del foglio come spazio del sé, creare una “linea di confine” che separi il proprio spazio da quello del mondo esterno, disegnare ciò che si vuole tenere dentro e ciò che si vuole tenere fuori.
3. Esercizi pratici per esplorare i confini
Uno degli esercizi più semplici ed efficaci per esplorare il tema dei confini in arteterapia è il disegno dello spazio personale: il cliente è invitato a disegnare se stesso al centro del foglio (spesso come una semplice figura, simbolo o punto) e poi a esplorare chi e cosa si trova vicino — nella stessa bolla, al bordo, fuori — e come questo si sente nel corpo.
Un esercizio più strutturato è quello della linea di confine: il foglio viene diviso da una linea — tracciata dal cliente nel modo che sente più adatto — in due zone: “dentro” e “fuori”. Il cliente è poi invitato a disegnare o scrivere cosa appartiene a ciascuno spazio: le emozioni che vuole tenere per sé, le parti di sé che sente sicure di condividere, le persone che possono entrare, quelle che devono restare fuori.
La mappa relazionale artistica — un adattamento arteterapeutico del sociogramma — invita il cliente a posizionare se stesso e le persone significative della propria vita usando forme, colori e distanze per rappresentare la qualità di ciascuna relazione. Questo strumento non è solo una valutazione: è un’intervista del sistema nervoso sulla qualità della sicurezza relazionale percepita.
4. La proiezione: via d’accesso all’inconscio
La proiezione è uno dei meccanismi psicologici più ubiqui: attribuiamo agli altri stati emotivi, motivazioni e caratteristiche che, in realtà, appartengono a noi stessi. Nella vita quotidiana, la proiezione è spesso un ostacolo alla comprensione di sé e dell’altro. Nel lavoro terapeutico, invece, la proiezione non è semplicemente un’illusione da correggere: è una via d’accesso privilegiata a contenuti psichici che non siamo ancora pronti ad assumere direttamente.
In arteterapia, la proiezione è strutturalmente presente nel rapporto del cliente con le proprie immagini. Il cliente che guarda il proprio disegno e dice “questo personaggio è triste e solo” sta probabilmente — consciamente o meno — parlando di sé. Il terapeuta che sa lavorare con questa proiezione può usarla come porta verso l’esperienza soggettiva del cliente, senza forzare la riappropriazione prima che il cliente sia pronto.
Un esercizio specifico per lavorare con la proiezione è quello delle carte di immagini: il cliente è invitato a scegliere una carta da un set di immagini (come le carte di Tarocchi, le carte di immagine MARI, o semplici immagini ritagliate da riviste) e a parlare del personaggio o della scena raffigurata in terza persona. “Questa persona sta…” “Questo paesaggio sembra…” La distanza della terza persona permette l’accesso a contenuti che la prima persona bloccherebbe.
5. Il transfert in arteterapia: la triade terapeutica
In arteterapia, il transfert non avviene semplicemente tra cliente e terapeuta — come nella terapia verbale classica — ma in una triade che include anche il prodotto artistico. Il cliente può trasferire sentimenti e percezioni sul terapeuta, sull’immagine prodotta, o su entrambi. Analogamente, il controtransfert del terapeuta può essere attivato dall’immagine, dal processo creativo o dalla relazione con il cliente (Schaverien, 1992).
Questa struttura triadica è una delle peculiarità più potenti e più complesse dell’arteterapia. Il prodotto artistico ha una sua autonomia: “parla” per conto proprio, può sorprendere il cliente, può contenere qualcosa che il cliente non sapeva di sapere. Il terapeuta e il cliente si trovano insieme di fronte all’immagine, in una posizione che favorisce la riflessione condivisa più che la relazione duale della terapia verbale.
Per l’arteterapeuta, la gestione del transfert richiede una formazione specifica — inclusa una propria esperienza terapeutica personale approfondita — e una supervisione regolare. La capacità di distinguere tra le proprie reazioni e quelle del cliente, tra il controtransfert autentico e la semplice proiezione, è una competenza che si sviluppa nel tempo e richiede un lavoro continuativo su di sé.
6. Il contenitore immaginale: uno strumento di stabilizzazione
Una delle risorse terapeutiche più potenti nel lavoro con il trauma è quella che viene comunemente chiamata “il contenitore”: uno spazio immaginale in cui il cliente può depositare temporaneamente i materiali disturbanti — ricordi, emozioni, pensieri intrusivi — per potersi concentrare su ciò che è necessario nel qui e ora. È fondamentale chiarire subito cosa non è: non è repressione, non è soppressione. È una tecnica che permette di rimandare l’elaborazione fino a quando si dispone delle risorse necessarie (Korn & Leeds, 2002).
Il contenitore può assumere forme infinite: una cassaforte, un baule sott’acqua, una navicella spaziale, una bolla di cristallo, una caverna nella montagna. La scelta appartiene al cliente, e spesso rivela qualcosa di significativo sulla sua psicologia — ma nel momento della costruzione del contenitore, questo non è il momento per interpretarla. È il momento per usarla.
In arteterapia, il contenitore può essere visualizzato e poi disegnato: il cliente crea un’immagine del proprio contenitore immaginale, lo dota di caratteristiche specifiche (serrature, pareti spesse, una chiave che solo lui possiede), e lo personalizza fino a sentirlo davvero sicuro e robusto. L’immagine prodotta diventa un oggetto transizionale che il cliente può guardare nelle sessioni successive per ricordare al proprio sistema nervoso che ha una risorsa di contenimento disponibile.
7. Il luogo sicuro: costruire un’ancora nel presente
Il “luogo sicuro” è forse la risorsa immaginale più diffusa nel lavoro trauma-informed. Si tratta di un luogo — reale, immaginato o composito — in cui il cliente si sente completamente al sicuro, calmo, protetto. Può essere un posto dell’infanzia, un angolo di natura, un luogo inventato. L’importante è che il sistema nervoso lo riconosca come sicuro: che la respirazione si rallenti, i muscoli si rilassino, la mente si quieti.
La costruzione di questo luogo in modo dettagliato — con tutti i sensi coinvolti — è il nucleo dell’esercizio. Un script efficace per il terapeuta potrebbe essere: “Lascia che un luogo venga alla mente — un posto in cui ti sei sentito completamente al sicuro. Non importa se è reale o immaginario. Inizia a guardarlo: cosa vedi? Quali colori, quali forme, quale luce? E adesso ascolta: ci sono suoni, o è silenzioso? E il tuo corpo: cosa sente in questo posto? Il calore o il fresco, la texture sotto i tuoi piedi, l’aria sulla pelle…”
Dopo la visualizzazione, il cliente è invitato a disegnare o dipingere il proprio luogo sicuro. L’immagine prodotta diventa un’ancora — un oggetto di transizione tra la sessione e il mondo esterno — che il cliente può guardare quando ha bisogno di ritrovare quella qualità di sicurezza. In alcune situazioni, può essere utile far fotografare l’immagine al cliente, così da averla sempre con sé sul telefono.
8. Script e indicazioni pratiche per il terapeuta
L’efficacia delle risorse immaginali dipende in modo significativo dalla qualità della guida del terapeuta. Uno script mal strutturato — troppo prescrittivo, troppo rapido, o che introduce inconsapevolmente immagini disturbanti — può attivare invece di calmare. Alcune indicazioni pratiche: parlare in prima persona plurale (“notiamo”, “osserviamo”) crea un senso di compagnia senza essere intrusivo; usare un ritmo lento, con pause, permette al sistema nervoso di seguire; aggiungere sempre la possibilità di scelta (“se vuoi”, “puoi notare o ignorare”) rispetta l’autonomia e riduce la sensazione di coercizione.
Per i clienti con storia di trauma, è fondamentale verificare che il luogo sicuro o il contenitore siano davvero tali: il sistema nervoso non mente. Se la respirazione si fa più superficiale invece di più profonda, se il cliente si irrigidisce invece di rilassarsi, la risorsa immaginale non sta funzionando come tale. In questo caso, è importante tornare indietro e ricalibrare prima di procedere.
Infine, la pratica personale di questi strumenti — fare il proprio lavoro con il luogo sicuro, con il contenitore, con la propria esplorazione dei confini — è il modo migliore per prepararsi ad accompagnare gli altri in questo territorio. L’arteterapeuta che ha esperienza diretta di queste pratiche le propone con una qualità di presenza che nessuna formazione teorica può sostituire.
Bibliografia
- Elbrecht, C. (2018). Healing trauma with guided drawing: A sensorimotor art therapy approach to bilateral body mapping. North Atlantic Books.
- Korn, D. L., & Leeds, A. M. (2002). Preliminary evidence of efficacy for EMDR resource development and installation in the stabilization phase of treatment of complex posttraumatic stress disorder. Journal of Clinical Psychology, 58(12), 1465–1487.
- Levine, P. A. (2010). In an unspoken voice: How the body releases trauma and restores goodness. North Atlantic Books.
- Malchiodi, C. A. (2020). Trauma and expressive arts therapy: Brain, body, and imagination in the healing process. Guilford Press.
- Ogden, P., Minton, K., & Pain, C. (2006). Trauma and the body: A sensorimotor approach to psychotherapy. Norton.
- Schaverien, J. (1992). The revealing image: Analytical art psychotherapy in theory and practice. Routledge.
- Shapiro, F. (2018). Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR) therapy: Basic principles, protocols, and procedures (3rd ed.). Guilford Press.
- Van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.



