📋 Indice
- Parte prima: La natura degli archetipi
- 1. Cristallo e spettro: la struttura dell’archetipo
- 2. Archetipo e stereotipo: una distinzione fondamentale
- 3. Come gli archetipi si manifestano nell’immagine
- Parte seconda: Il fuoco come archetipo di trasformazione
- 4. Bachelard e la psicanalisi del fuoco
- 5. Il fuoco purificatore e la trasformazione alchemica
- 6. Il calore come materiale terapeutico
- Parte terza: Anima e Animus – il dialogo delle polarità
- 7. Due principi nella rêverie
- 8. Le immagini di Anima e Animus in arteterapia
- 9. L’equilibrio delle polarità nello studio d’arte
- Parte quarta: L’individuazione come archetipo
- 10. Il pattern della trasformazione
- 11. L’art journal come pratica di individuazione
- Riferimenti bibliografici
Pattern universali, fuoco simbolico e dialogo delle polarità nella pratica arteterapeutica
In arteterapia junghiana, accade talvolta che un paziente produca un’immagine di straordinaria intensità – un’immagine che lo sorprende, lo commuove, che sente come “non sua” nel senso che non l’ha pianificata. Rebecca dipinge una figura femminile alta e oscura che emerge dal centro di un vortice. Non sa spiegare da dove viene. Daniela porta in terapia immagini cariche di fuoco e di opposti violenti. Elena disegna labirinti senza uscita che poi, improvvisamente, si aprono. Questi momenti – in cui l’immagine sembra emergere da una profondità che eccede la storia personale – sono i momenti in cui l’arteterapeuta entra in contatto con il livello archetipico della psiche.
Questo articolo esplora gli archetipi come forze vive nella pratica arteterapeutica, intrecciando la teoria junghiana classica con la fenomenologia immaginativa di Gaston Bachelard e l’approccio esperienziale dell’art journaling archetipico. Il filo conduttore è la trasformazione: il modo in cui gli archetipi operano non come categorie statiche, ma come pattern dinamici che guidano il processo di cambiamento profondo nel paziente.
Parte prima: La natura degli archetipi
1. Cristallo e spettro: la struttura dell’archetipo
La parola archetipo viene dal greco: arkhe (primitivo, originario) e tupos (modello, impronta). Un archetipo è il modello originario, il pattern che inizia in un punto e si svolge nel tempo come un gomitolo di lana che si dipana verso il futuro con una traiettoria particolare. Gli archetipi junghiani non sono immagini fisse: sono strutture psicologiche ereditate, localizzate nell’inconscio collettivo, che portano con sé energia psichica.

Jung usò due metafore per descrivere la struttura dell’archetipo. La prima è il cristallo: la sua struttura è invisibile ma reale, e diventa visibile solo quando le molecole si organizzano nella cristallizzazione. Così l’archetipo: la sua struttura è latente ma reale, e si manifesta nelle immagini che emergono dall’inconscio – nei sogni, nelle produzioni creative, nei miti. La seconda metafora è lo spettro luminoso, con i suoi poli infrarossi e ultravioletti: ogni archetipo ha un polo istintuale (biologico, corporeo) e un polo spirituale (simbolico, trascendente). L’archetipo non è né solo corpo né solo spirito: è il ponte tra i due.
Per l’arteterapeuta, queste metafore non sono ornamenti teorici ma strumenti clinici. Quando un’immagine emerge in seduta con un’intensità che sorprende sia il paziente sia il terapeuta, è probabile che un archetipo si stia cristallizzando. Riconoscere questo momento – senza precipitarsi nell’interpretazione, ma creando lo spazio perché il processo si completi – è una delle abilità più raffinate della pratica junghiana.
2. Archetipo e stereotipo: una distinzione fondamentale
Un punto che Gabrielle Javier-Cerulli sottolinea con forza – e che ogni arteterapeuta dovrebbe tenere presente – è la distinzione tra archetipo e stereotipo. Gli stereotipi sono rappresentazioni semplificate e spesso riduttive di categorie di persone. Gli archetipi, invece, sono rappresentazioni dell’umanità nella sua complessità: pattern di comportamento che ogni essere umano può incarnare, con sfumature diverse e in combinazioni uniche.
“La Madre” come archetipo, ad esempio, non designa una categoria demografica, ma una modalità di essere nel mondo – di nutrimento, di protezione, di cura. Può manifestarsi in un uomo come in una donna, in una persona giovane come in una anziana, in ambito professionale come in quello personale. Confondere archetipo e stereotipo è un rischio clinico reale: significa proiettare sull’immagine del paziente le proprie categorie culturali, invece di lasciarla parlare nella sua unicità archetipica.
Javier-Cerulli ha sviluppato un approccio esperienziale basato sull’identificazione degli archetipi guida personali – tipicamente tra sei e dieci pattern dominanti – attraverso un processo di auto-esplorazione che può essere integrato nell’art journaling terapeutico. Una volta identificati, questi archetipi diventano le lenti attraverso cui guardare la propria vita, e l’art journal diventa lo spazio in cui dare loro forma visiva, colore, texture. Questo approccio offre un ponte prezioso tra la profondità della teoria junghiana e l’accessibilità della pratica creativa quotidiana.
3. Come gli archetipi si manifestano nell’immagine
Gli archetipi si manifestano nella vita psichica attraverso i complessi e le immagini. Quando un archetipo viene attivato – da un evento di vita, da un sogno, da una relazione significativa – si accompagna a un’intensa carica emotiva che può sopraffare momentaneamente l’Io. È l’esperienza del numinoso di cui parlava Rudolf Otto: qualcosa di sacro, di potente, di altro rispetto alla coscienza ordinaria.
In arteterapia, questo si traduce in immagini che portano un carico simbolico superiore alla storia personale del paziente. Swan-Foster descrive il caso di Rebecca, che dipinge una figura femminile alta e oscura emergente da un vortice. L’arteterapeuta junghiano riconosce in questa figura i tratti di un archetipo attivo – forse la Grande Madre nella sua forma distruttiva e rigenerativa – e crea lo spazio perché il dialogo con questa immagine possa avvenire in modo contenuto e trasformativo. Non si tratta di etichettare l’immagine, ma di riconoscerne la natura archetipica per trattarla con il rispetto che merita.
Tra gli archetipi più ricorrenti nelle sessioni di arteterapia vi sono: l’Ombra (le parti rifiutate o non riconosciute di sé), l’Anima e l’Animus (le polarità di genere interiori), il Sé (il centro totale della psiche, che si esprime spesso in immagini circolari o mandaliche), la Grande Madre, il Puer/Puella Aeternus, l’Eroe, il Vecchio Saggio. Ogni archetipo ha un polo positivo e uno negativo: la Grande Madre può essere nutrice o divoratrice, l’Eroe può essere liberatore o tiranno. Questa bipolarità non è un difetto ma la fonte stessa dell’energia archetipica.
Parte seconda: Il fuoco come archetipo di trasformazione
4. Bachelard e la psicanalisi del fuoco
Gaston Bachelard (1884–1962) occupa una posizione unica nella storia del pensiero europeo. La sua fonte di ispirazione primaria è Jung piuttosto che Freud: come Jung, Bachelard era affascinato dagli archetipi elementari e dal modo in cui operano nell’immaginazione umana. La Psychanalyse du Feu (1938) è un’esplorazione degli strati psicologici della relazione umana con il fuoco, e offre all’arteterapeuta un repertorio simbolico di straordinaria ricchezza.
Bachelard identifica diversi complessi legati al fuoco. Il complesso di Prometeo descrive la tendenza che ci spinge a sapere quanto i nostri padri, più dei nostri padri, quanto i nostri maestri, più dei nostri maestri – l’impulso faustiano alla conoscenza proibita, al superamento dei limiti. Il complesso di Empedocle evoca la fascinazione contemplativa di fronte alla fiamma – quel momento in cui, fissando il fuoco, amore e rispetto per la fiamma, istinto di vita e istinto di morte si uniscono in un’unica esperienza. Il complesso di Novalis sintetizza l’impulso verso il fuoco provocato dall’attrito, il bisogno di calore condiviso, la coscienza dell’intimità calda.
Per l’arteterapia, la distinzione bachelardiana fondamentale è tra spiegazione scientifica e comprensione immaginativa del fuoco. Non importa sapere “perché” un paziente è attratto dal fuoco nelle sue immagini; importa esplorare “come” vive questa attrazione, quali qualità gli attribuisce, quale relazione stabilisce con essa. La psicologia immaginativa non riduce il simbolo al suo meccanismo.
5. Il fuoco purificatore e la trasformazione alchemica
Il fuoco ideale – il fuoco come principio di purificazione e di elevazione – è presente in tutte le tradizioni spirituali del mondo: il fuoco sacro delle vestali, il fuoco del sacrificio, la fiamma del cero pasquale, il fuoco dei riti iniziatici. Come scriveva Novalis, l’amore si trasforma in fiamma, e la fiamma trasformata brucia tutto ciò che è terreno e impuro. Il fuoco consuma la materia, e consumandola, la trasforma in luce.

L’alchimia è la tradizione che per secoli ha usato il fuoco come metafora del processo di trasformazione interiore. Jung stesso ha dedicato molti anni allo studio dell’alchimia, riconoscendo in essa una proiezione delle dinamiche dell’inconscio. Il fuoco alchemico non è solo calore: è il principio attivo che trasforma il grezzo in raffinato, l’oscuro in luminoso, il piombo in oro. La distruzione attraverso il fuoco è più di un cambiamento: è un rinnovamento.
In arteterapia, questa dimensione purificatrice del fuoco può emergere in momenti particolari del percorso terapeutico – quando il paziente sente il bisogno di “bruciare” il passato, di lasciar andare ciò che non serve più, di passare attraverso un’esperienza intensa di trasformazione. Creare rituali simbolici con il fuoco – accendere una candela all’inizio della sessione, bruciare simbolicamente attraverso l’immagine ciò che si vuole lasciare – sono pratiche che l’arteterapeuta può integrare con grande consapevolezza. Per l’arteterapeuta che riconosce questa dimensione, certi momenti caldi e difficili del percorso del paziente possono essere compresi come fasi di cottura interiore – fasi necessarie, alchemiche, che precedono un cambiamento autentico.
6. Il calore come materiale terapeutico
La riflessione di Bachelard apre una prospettiva concreta sulla scelta dei materiali in arteterapia. Certi pazienti portano in terapia il bisogno di calore interiore, di accensione, di fuoco per sentirsi vivi. Lavorare con materiali caldi – colori rossi, arancioni, gialli; materiali che evocano calore; tecniche che richiedono velocità ed energia – può rispondere a questa necessità in modo simbolicamente ricco.
L’alcol, scrive Bachelard, è “acqua che brucia” – l’elemento liquido che porta in sé il fuoco. Senza avventurarsi in territori clinici delicati, è possibile riconoscere che la fenomenologia del calore è uno strumento diagnostico e terapeutico sottovalutato. Quando un paziente sceglie ripetutamente colori freddi e materiali distanti dal corpo, o quando al contrario cerca ossessivamente il rosso e la materia calda, sta comunicando qualcosa sulla direzione del proprio flusso energetico. L’arteterapeuta che conosce la fenomenologia bachelardiana del fuoco dispone di una griglia di lettura che arricchisce enormemente la comprensione clinica.
Bachelard insisteva sul fatto che il fuoco è un’esperienza umana intensa e dolorosa, e che i complessi legati al fuoco sono dolorosi. Possono dare origine a nevrosi, ma possono anche condurre alla scrittura di poesia – o, potremmo aggiungere, alla creazione di immagini terapeutiche. Il compito dell’arteterapeuta è di creare le condizioni perché il fuoco interiore del paziente possa manifestarsi in forma simbolica piuttosto che distruttiva – trasformando la bruciatura in luminescenza.
Parte terza: Anima e Animus – il dialogo delle polarità
7. Due principi nella rêverie
Nel secondo capitolo della Poetica della Rêverie, Bachelard si avventura in un territorio che interseca in modo significativo la psicologia junghiana: la polarità tra Animus e Anima nella vita immaginativa. Bachelard usa questi termini in modo non rigorosamente tecnico – non si rifà esplicitamente a Jung – ma il dialogo tra i due pensatori è inevitabile e fecondo.
Per Bachelard, la rêverie ha due caratteri fondamentali. Quando è dominata dal principio Animus – maschile, attivo, proiettato verso l’esterno, analitico – tende verso la volontà, il progetto, la costruzione. Quando è dominata dal principio Anima – femminile, ricettivo, profondo, contemplativo – tende verso l’abbandono, la fusione, la meraviglia. La ricchezza della vita immaginativa nasce dall’incontro e dal dialogo tra questi due principi.
Per Jung, Anima e Animus sono archetipi fondamentali: l’Anima è la componente femminile nell’inconscio dell’uomo, l’istanza che porta relazione, eros, connessione emotiva, intuizione. L’Animus è la componente maschile nell’inconscio della donna, la forza che porta struttura, logos, orientamento verso il mondo esterno. In entrambi i casi, sono aspetti della personalità che l’Io tende a proiettare sugli altri – soprattutto sui partner amorosi – e che il percorso di individuazione invita a integrare.
8. Le immagini di Anima e Animus in arteterapia
Le immagini di Anima e Animus sono tra le più potenti che emergono nelle sessioni di arteterapia: figure femminili misteriose e fascinose che appaiono nei sogni e nelle pitture degli uomini, figure maschili autorevoli o minacciose che popolano le fantasie e le creazioni delle donne. Riconoscere queste immagini, lavorarci con rispetto e curiosità, è una delle sfide più ricche dell’arteterapia junghiana.

Un paziente uomo che dipinge figure femminili ricorrenti e le esplora con curiosità – invece di sopprimerle o proiettarle sulle donne della sua vita – sta compiendo un lavoro prezioso di integrazione. Una paziente donna che riesce a dare forma visiva alla propria autorità interiore, senza identificarla con una figura maschile esterna, sta espandendo il confine del proprio Sé. L’art journal archetipico può diventare uno strumento privilegiato per questo lavoro: uno spazio quotidiano in cui dare voce e forma alle polarità interiori.
Bachelard suggerisce che la rêverie di alta qualità – quella che produce vera poesia, vera rivelazione – nasce dal dialogo tra i due principi. Una rêverie puramente animica rischia di dissolversi in fantasticheria sentimentale; una rêverie puramente animusica rischia di diventare mero progetto intellettuale. La tensione creativa nasce quando i due principi coesistono, si interpellano, si trasformano a vicenda.
9. L’equilibrio delle polarità nello studio d’arte
Per l’arteterapia, la convergenza tra Bachelard e Jung su questo punto ha implicazioni pratiche dirette. Le sessioni di lavoro creativo più ricche sono quelle in cui il paziente riesce a stare in uno spazio di in-between: né troppo controllato (Animus dominante) né troppo disperso (Anima incontrollata). L’arteterapeuta ha il compito di aiutare il paziente a trovare questo equilibrio – invitando più struttura quando il processo si disperde, lasciando più spazio quando il controllo soffoca.
Questo è un atto clinico sottile e continuo, che richiede una sensibilità momento per momento alla qualità energetica della sessione. Quando un paziente produce opere ripetitive, troppo ordinate, esteticamente “perfette”, è possibile che l’Animus stia dominando: il terapeuta può introdurre materiali più fluidi, tempi più distesi, inviti a lasciar andare il controllo. Quando un paziente si perde in un’espressività caotica, emotivamente travolgente ma priva di forma, è possibile che l’Anima stia inondando senza argini: il terapeuta può offrire una cornice, un limite, un materiale più strutturato.
Bachelard e Jung convergono su un punto fondamentale: la ricchezza della vita interiore nasce dall’accoglienza e dall’integrazione delle polarità, non dalla loro soppressione. L’arteterapia offre uno spazio privilegiato per questo lavoro di accoglienza – uno spazio in cui le immagini possono tenere insieme ciò che la vita quotidiana divide.
Parte quarta: L’individuazione come archetipo
10. Il pattern della trasformazione
L’individuazione stessa è, per Jung, un archetipo: il pattern di base della crescita psicologica. Non è un programma da eseguire, ma una forza della psiche che opera naturalmente quando le condizioni lo permettono. L’arteterapia junghiana si inserisce in questo movimento archetipico, accompagnando il paziente nel percorso verso la propria completezza.
Ogni immagine prodotta in terapia è un passo in questo viaggio. Non conta la qualità estetica, ma la qualità dell’incontro tra l’Io e l’inconscio che l’immagine testimonia. Le immagini archetipiche che emergono nelle sessioni non appartengono solo alla storia individuale del paziente: appartengono a una vasta tradizione umana di significato condiviso. Come ha osservato Javier-Cerulli attraverso i suoi viaggi e il suo lavoro clinico, in ogni cultura e in ogni paese si riconoscono le stesse tipologie umane – perché l’energia archetipica è universale.
Riconoscere questa dimensione collettiva nelle immagini prodotte in terapia aiuta a trattarle con il rispetto che meritano, e apre la possibilità di un lavoro che vada oltre il sintomo verso la trasformazione identitaria profonda. Il paziente che scopre di stare attraversando il pattern dell’Eroe, o di essere stato catturato dalla Grande Madre, o di essere chiamato dal Vecchio Saggio, non sta semplicemente “risolvendo un problema”: sta partecipando a un dramma psichico che lo collega alla storia dell’umanità intera.
11. L’art journal come pratica di individuazione
L’art journal archetipico, come proposto da Javier-Cerulli e integrabile nell’approccio junghiano, offre una pratica quotidiana di individuazione accessibile e potente. Attraverso domande sulle proprie preferenze, sui valori, sulle attività che generano energia, si identificano i pattern archetipici dominanti. Questi archetipi diventano le lenti attraverso cui guardare la propria vita e l’art journal diventa lo spazio in cui dare loro forma visiva.

Questa pratica può essere integrata nel lavoro arteterapeutico in molteplici modi: come compito tra le sessioni, come strumento di auto-osservazione, come diario visivo del percorso di individuazione. L’art journal non sostituisce il lavoro clinico profondo, ma lo prepara, lo accompagna e lo consolida, offrendo al paziente uno strumento di auto-esplorazione che può continuare a utilizzare anche dopo la fine della terapia.
L’individuazione, come il fuoco alchemico, è un processo di trasformazione che richiede calore, tempo e coraggio. Non è un percorso lineare, ma una spirale – o, per usare la metafora di Swan-Foster, un gomitolo che si dipana verso il futuro con una traiettoria particolare. L’arteterapia junghiana è una delle vie più potenti per accompagnare questo dipanarsi – perché l’immagine, come il fuoco, è insieme distruzione e creazione, fine e inizio, consumazione e luce.
Riferimenti bibliografici
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