- 1. La ferita collettiva e il rituale mancante
- 2. Cerimonia e natura: verso una guarigione collettiva
- Contesti di lavoro comunitario
- La soglia: installazioni di passaggio
- 3. Saggezze indigene: un dialogo necessario e rispettoso
- Principi condivisi tra tradizioni indigene e eco-art therapy
- 4. Etica del dialogo: dalla competenza culturale alla decolonizzazione
- 5. Pratiche ispirate: dalla teoria al campo
- L’ascolto della terra
- Il camminare come pratica intenzionale
- 6. La terra come luogo sacro condiviso
- 7. Implicazioni cliniche e deontologiche per l’arteterapeuta
- Competenze specifiche per il lavoro cerimoniale e comunitario
- La dimensione spirituale: apertura senza imposizione
- Etica dello spazio condiviso
- 8. Conclusione: guarire insieme, guarire la terra
1. La ferita collettiva e il rituale mancante
Esistono ferite che nessun individuo porta da solo. I traumi intergenerazionali delle comunità indigene colpite da politiche di assimilazione forzata, il lutto collettivo di un quartiere devastato dalla violenza, l’angoscia ecologica condivisa di fronte al collasso degli ecosistemi: queste esperienze eccedono la capacità del setting terapeutico individuale di contenerle. Richiedono spazi collettivi, simbolici, rituali. Richiedono cerimonie.
La modernità occidentale ha progressivamente svuotato questi spazi. I rituali di passaggio che per millenni hanno accompagnato nascita, morte, matrimonio, transizione stagionale, guarigione collettiva sono stati sostituiti da procedure burocratiche o ridotti a formalità prive di pregnanza simbolica. Il risultato è una società ricca di individui psicologicamente assistiti ma povera di pratiche collettive di elaborazione. L’eco-art therapy, integrando cerimonia, arte e natura, tenta di colmare questo vuoto.
Questo articolo esplora due contributi fondamentali su questi temi: il capitolo di Pamela Courtenay-Hall e Susan Harper in Environmental Expressive Therapies (Kopytin & Rugh, Routledge 2017), dedicato alla guarigione collettiva attraverso cerimonia e natura, e il capitolo di Sally Atkins e Melia Snyder in Nature-Based Expressive Arts Therapy (JKP, 2018), che affronta il delicato tema del dialogo tra saggezze indigene e arti espressive contemporanee. Due voci diverse che convergono su una convinzione: la guarigione ha bisogno di comunità, di luoghi, di riti.
2. Cerimonia e natura: verso una guarigione collettiva
Courtenay-Hall e Harper partono da una constatazione antropologica: le cerimonie legate alla natura hanno accompagnato le società umane ovunque e in ogni epoca. Nascita, morte, guarigione, transizione stagionale — ogni evento significativo era inscritto in un rituale condiviso che dava senso collettivo all’esperienza individuale. Questi rituali non erano ornamenti culturali: erano tecnologie di coesione sociale e di elaborazione simbolica dell’esperienza.
Il lavoro descritto nel capitolo non intende ricreare rituali del passato, né appropriarsi di pratiche indigene specifiche. Crea invece nuovi rituali ibridi — emergenti dal contesto specifico di ciascuna comunità — che integrano le arti espressive contemporanee in pratiche cerimoniali collettive svolte in ambienti naturali. La domanda guida non è “quale rituale usare?” ma “di quale rito questa comunità ha bisogno per attraversare questa soglia?”
Contesti di lavoro comunitario
Gli esempi presentati nel capitolo sono volutamente eterogenei: comunità indigene colpite da politiche di assimilazione forzata, quartieri urbani con alta densità di violenza, gruppi terapeutici di sopravvissuti a catastrofi naturali. In ognuno di questi contesti, il rituale naturale svolge una funzione specifica: restituisce alle comunità un senso di agentività simbolica — la capacità di agire significativamente su eventi che minacciano di restare traumatici e paralizzanti.
In un caso documentato dopo un incendio devastante in California, una comunità indigena ha organizzato una cerimonia di guarigione sul terreno bruciato: danzando e cantando canzoni tradizionali per la foresta, i partecipanti hanno riferito un senso di chiusura e la capacità ritrovata di parlare della propria paura (Wildroots Collective, 2023). L’atto cerimoniale non cancella il trauma, ma lo inscrive in un quadro simbolico condiviso che permette all’elaborazione collettiva di cominciare.
La soglia: installazioni di passaggio
Il cuore metodologico del lavoro di Courtenay-Hall e Harper è il concetto di soglia — lo spazio liminale tra ciò che è stato e ciò che sarà. I partecipanti sono invitati a creare installazioni con materiali naturali (pietre, rami, terra, acqua) che rappresentino materialmente questo confine, e poi ad attraversarlo fisicamente come atto simbolico di transizione. Il gesto — semplice, corporeo, condiviso — produce spesso risonanze emotive intense e durature.
Questo approccio si ancora alla teoria classica di Arnold van Gennep sui riti di passaggio (1909) e alla sua elaborazione da parte di Victor Turner (1969). Per van Gennep, ogni transizione significativa attraversa tre fasi: separazione dallo status precedente, fase liminale (la soglia, il margine), incorporazione nel nuovo stato. Turner introduce il concetto di communitas: il legame intenso e paritario che si forma tra persone che attraversano insieme una fase liminale, spogli dei loro ruoli sociali consueti. La cerimonia naturale crea questo spazio di communitas in modo particolarmente potente.
3. Saggezze indigene: un dialogo necessario e rispettoso
Sally Atkins e Melia Snyder aprono il capitolo 5 del loro volume con un gesto di riconoscimento esplicito: le culture indigene hanno sviluppato, molto prima della psicologia occidentale, pratiche sofisticate di connessione con la terra, di guarigione attraverso l’arte e il rituale, di comprensione ecologica del sé e della comunità. Apprendere da queste tradizioni non è un’operazione neutra: è un privilegio che richiede umiltà, rispetto e consapevolezza delle dinamiche storiche di colonizzazione che hanno minacciato — e in molti casi deliberatamente distrutto — questi saperi.
Il capitolo è esplicito nel nominare il rischio principale: l’appropriazione culturale. Prendere pratiche indigene fuori dal loro contesto, decontestualizzarle, “psicologizzarle” per inserirle in un framework terapeutico occidentale non è un atto di rispetto verso quelle tradizioni — è una forma di estrattivismo culturale che replica le stesse logiche coloniali che hanno devastato le comunità da cui queste pratiche provengono. Il dialogo rispettoso è possibile, ma richiede costruzione di relazioni, riconoscimento delle asimmetrie storiche e valorizzazione dell’autonomia delle comunità.
Principi condivisi tra tradizioni indigene e eco-art therapy
Nonostante la loro straordinaria diversità, molte tradizioni indigene condividono alcuni principi di fondo che possono dialogare — senza essere assimilati — con l’eco-art therapy contemporanea: la terra è viva e merita rispetto reciproco; gli esseri umani sono parte di una comunità più ampia che include piante, animali, acque e rocce; la salute individuale è inseparabile dalla salute delle relazioni — con gli altri umani, con gli altri viventi, con il territorio; l’arte, il canto, la danza, il racconto sono pratiche sacre di connessione e di guarigione, non mere espressioni estetiche.
Questi principi, tradotti in pratica terapeutica, suggeriscono approcci radicalmente diversi da quelli dominanti nella psicoterapia occidentale: meno centralità dell’individuo e più attenzione alla rete di relazioni; meno primato della parola e più spazio per il corpo, il canto, il movimento; meno separazione tra “terapia” e “vita” e più integrazione tra pratiche di cura e pratiche quotidiane. L’ecopsicologia contemporanea (Roszak, Fisher) e la deep ecology (Næss) stanno lentamente riscoprendo ciò che le tradizioni indigene sapevano da millenni.
4. Etica del dialogo: dalla competenza culturale alla decolonizzazione
Principi guida per un dialogo rispettoso con le saggezze indigene
• Umiltà culturale: riconoscere i limiti della propria formazione e i privilegi storici della psicologia occidentale
• Costruzione di relazioni: il dialogo con le comunità indigene richiede tempo, presenza e reciprocità — non semplice “ispirazione”
• Distinzione tra ispirazione e appropriazione: adattare principi generali è diverso dal riprodurre pratiche specifiche decontestualizzate
• Riconoscimento delle asimmetrie: nominare esplicitamente le dinamiche storiche di colonizzazione che hanno distrutto saperi indigeni
• Autonomia delle comunità: le comunità indigene hanno il diritto di determinare se, come e con chi condividono le proprie tradizioni
• Compensazione e riconoscimento: attribuire chiaramente le fonti, e quando possibile sostenere economicamente le comunità di origine
• Supervisione e confronto: portare in supervisione le proprie pratiche, specialmente quando si lavora vicino a tradizioni non proprie
La competenza culturale — intesa come conoscenza di caratteristiche generali di diverse culture — non è sufficiente. Atkins e Snyder parlano piuttosto di cultural humility: un atteggiamento continuo di riflessione critica sulla propria posizione, apertura al non-sapere e disponibilità a imparare dall’altro senza pretendere di conoscerlo (Hook et al., 2013). Questo atteggiamento è particolarmente urgente quando il lavoro terapeutico si avvicina a tradizioni spirituali e rituali di comunità storicamente marginalizzate.
La decolonizzazione delle pratiche terapeutiche non è un gesto simbolico: implica una revisione critica dei propri assunti di base — il privilegio della parola sul corpo, dell’individuo sulla comunità, dell’interno sull’esterno, del terapeuta esperto sul paziente che non sa. L’eco-art therapy, con la sua enfasi sul corpo, sull’ambiente, sulla relazione e sulla comunità, offre un terreno fecondo per questo lavoro di decolonizzazione, a condizione che lo persegua consapevolmente.
5. Pratiche ispirate: dalla teoria al campo
Atkins e Snyder descrivono alcune pratiche di arti espressive ispirate — non copiate — da tradizioni indigene. La distinzione è cruciale: non si tratta di riprodurre cerimonie specifiche ma di incorporare principi e orientamenti nel modo di stare nel setting naturale.
L’ascolto della terra
Prima di creare, si ascolta. I partecipanti sono invitati a sedersi o a stare in un luogo naturale in silenzio, aprendo i sensi all’ambiente. Non si cerca di “rilassarsi” — si cerca di percepire. Cosa sente la pelle? Cosa odora? Quali suoni arrivano? Dove va l’attenzione spontaneamente? Questo ascolto è già un atto terapeutico: interrompe il flusso cognitivo abitudinario e apre alla percezione dell’altro-che-umano come presenza reale, non come sfondo.
Molte tradizioni indigene praticano questo ascolto come atto spirituale quotidiano — non come tecnica di mindfulness da inserire in un protocollo. La differenza non è di forma ma di ontologia: si tratta di riconoscere la terra come soggetto, non come oggetto di contemplazione. Anche senza aderire a questa ontologia specifica, il terapeuta può invitare a questo ascolto come apertura pre-artistica che arricchisce il processo creativo.
Il camminare come pratica intenzionale
Muoversi nell’ambiente con intenzione — non per raggiungere una meta ma per incontrare ciò che si trova — è una pratica che accomuna molte tradizioni spirituali indigene e contemplative. Nell’eco-art therapy, il cammino intenzionale precede spesso la raccolta di materiali o la creazione artistica. I partecipanti scelgono la propria direzione, si fermano dove sentono di fermarsi, raccolgono ciò che li chiama. Il processo decisionale è corporeo, non razionale.
La gratitudine come atto artistico è un’altra pratica che Atkins e Snyder descrivono: creare piccole offerte con fiori, semi, pietre come espressione di riconoscimento verso il luogo che accoglie la pratica. Questa pratica non richiede affiliazione religiosa specifica — richiede la disponibilità a riconoscere che il luogo fa qualcosa, che il setting naturale è un partecipante attivo, non un semplice contenitore passivo.
6. La terra come luogo sacro condiviso
Un elemento comune ai due capitoli esaminati è il concetto di natura come luogo sacro — non nel senso di spazio religioso istituzionalizzato, ma nel senso di territorio che le comunità riconoscono come significativo, degno di cura e rispetto. Questo riconoscimento ha implicazioni pratiche concrete: il modo in cui si entra in un luogo naturale, come lo si lascia, se si portano via materiali e in che quantità, come ci si relaziona con gli animali incontrati.
Creare rituali collettivi in questi luoghi non solo aiuta le comunità a elaborare i propri traumi: le riconnette a una responsabilità verso l’ambiente, al riconoscimento che il benessere umano è inseparabile dal benessere degli ecosistemi. L’eco-art therapy, in questa prospettiva, non è solo clinica: è anche una pratica di ecological citizenship — una formazione alla cura del territorio che va oltre il setting terapeutico e si estende alla vita quotidiana.
La ricerca di Roszak e collaboratori sulle origini psicologiche della crisi ecologica suggerisce che il consumismo distruttivo dell’ambiente è in parte alimentato da una disconnessione profonda dalla natura — un’ “amnesia ecologica” (Fisher, 2002) che impedisce di sentire come propria la sofferenza degli ecosistemi. Il lavoro cerimoniale e rituale nell’eco-art therapy può funzionare come antidoto a questa amnesia: ricordare, attraverso il corpo e l’arte, che apparteniamo a qualcosa di più grande.
7. Implicazioni cliniche e deontologiche per l’arteterapeuta
Competenze specifiche per il lavoro cerimoniale e comunitario
Facilitare rituali collettivi in ambienti naturali richiede competenze che la formazione arterapeutica standard raramente include. La facilitazione di gruppi in spazi aperti e imprevedibili — dove il clima, gli animali, la topografia sono co-partecipanti attivi — è diversa dalla facilitazione in studio. La capacità di leggere la dinamica di un gruppo in una radura è diversa dalla lettura di un gruppo in cerchio su sedie. Il terapeuta deve saper navigare l’imprevedibile con presenza e flessibilità.
La formazione specifica per il lavoro in contesti multiculturali e con comunità storicamente marginalizzate è essenziale. Questo include non solo conoscenza delle diverse tradizioni culturali, ma anche lavoro personale sulle proprie posizioni di privilegio, supervisione con colleghi di diversa provenienza, e — quando si lavora con comunità indigene specifiche — costruzione paziente di relazioni di fiducia nel tempo. Non ci sono scorciatoie.
La dimensione spirituale: apertura senza imposizione
Il lavoro cerimoniale porta inevitabilmente la dimensione spirituale nel setting terapeutico. Molti arteterapeuti non hanno una formazione specifica in questo ambito e possono sentirsi a disagio. La posizione più onesta è quella della apertura senza imposizione: non è necessario condividere o promuovere alcuna visione spirituale specifica, ma è necessario saper accogliere ciò che emerge nei partecipanti senza liquidarlo come “non terapeutico” o patologizzarlo.
La ricerca sulle pratiche cerimoniali di guarigione (Koss-Chioino, 2006; Chansonneuve, 2005) suggerisce che l’integrazione di dimensioni spirituali nel percorso terapeutico aumenta significativamente l’efficacia del lavoro con comunità per cui queste dimensioni sono centrali. Ignorarle o escluderle non è una posizione neutrale: è una scelta culturalmente situata che privilegia una visione del mondo secolare e individualista.
Etica dello spazio condiviso
Alcune questioni pratiche di natura etica meritano attenzione specifica. La confidenzialità in spazi aperti è strutturalmente diversa da quella in studio: i confini sono più permeabili, i testimoni inattesi possibili. Il consenso informato deve includere queste specificità. I materiali naturali usati nei rituali devono essere raccolti e lasciati in modo rispettoso per l’ecosistema. Se il lavoro coinvolge elementi di tradizioni spirituali specifiche, i partecipanti devono essere informati e avere la libertà di non parteciparvi.
8. Conclusione: guarire insieme, guarire la terra
I due contributi esplorati in questo articolo — quello di Courtenay-Hall e Harper sulla cerimonia e la guarigione collettiva, e quello di Atkins e Snyder sulle saggezze indigene — convergono su una visione condivisa: la salute non è uno stato individuale ma relazionale, e la guarigione autentica richiede la comunità, il territorio, la dimensione spirituale. L’eco-art therapy che si ferma all’individuo seduto nel prato a dipingere foglie, per quanto preziosa, non esaurisce le potenzialità di questo campo.
Il lavoro cerimoniale e comunitario nell’eco-art therapy è anche una risposta all’urgenza ecologica del nostro tempo. Quando le comunità si riuniscono in cerchio intorno a un fuoco nel bosco, quando creano insieme un’installazione che attraversano come soglia di trasformazione, quando offrono gratitudine alla terra che li ospita — non stanno solo elaborando traumi personali. Stanno praticando, nel piccolo e nel quotidiano, una forma di relazione con il pianeta che è il contrario della distrazione consumista che sta distruggendo gli ecosistemi.
Per l’arteterapeuta che vuole intraprendere questo percorso, il messaggio dei due testi è chiaro: iniziate dall’umiltà. Conoscete i vostri limiti. Costruite relazioni lentamente. Ascoltate le comunità prima di portare le vostre pratiche. E poi — con rispetto, con cura, con la consapevolezza del privilegio che state esercitando — accompagnate le persone a quella soglia dove la natura, l’arte e la comunità si incontrano e fanno qualcosa che nessuno di loro potrebbe fare da solo.
Riferimenti bibliografici
Courtenay-Hall, P., & Harper, S. (2017). Digging bones, crossing thresholds: Collective healing through ceremony and nature. In A. Kopytin & M. Rugh (Eds.), Environmental Expressive Therapies: Nature-Assisted Theory and Practice (pp. 302-325). Routledge.
Atkins, S., & Snyder, M. (2018). Indigenous wisdom and expressive arts in nature. In Nature-Based Expressive Arts Therapy: Integrating the Expressive Arts and Ecotherapy (pp. 103-121). Jessica Kingsley Publishers.
van Gennep, A. (1909). Les rites de passage. Nourry. [Trad. it.: I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, 1981]
Turner, V. (1969). The Ritual Process: Structure and Anti-Structure. Aldine.
Roszak, T., Gomes, M. E., & Kanner, A. D. (Eds.). (1995). Ecopsychology: Restoring the Earth, Healing the Mind. Sierra Club Books.
Fisher, A. (2002). Radical Ecopsychology: Psychology in the Service of Life. SUNY Press.
Hook, J. N., Davis, D. E., Owen, J., Worthington, E. L., & Utsey, S. O. (2013). Cultural humility: Measuring openness to culturally diverse clients. Journal of Counseling Psychology, 60(3), 353-366.
Koss-Chioino, J. D. (2006). Spiritual transformation, relation and radical empathy: Core components of the ritual healing process. Transcultural Psychiatry, 43(4), 652-670.
Chansonneuve, D. (2005). Reclaiming Connections: Understanding Residential School Trauma Among Aboriginal People. Aboriginal Healing Foundation.

