1. La dissociazione come meccanismo centrale nel PTSD
Secondo il DSM-5, la presenza di sintomi dissociativi fa parte dei criteri diagnostici del disturbo da stress post-traumatico: depersonalizzazione e derealizzazione compaiono come specificatori del quadro clinico. Ma per una parte significativa dei ricercatori e clinici contemporanei, la dissociazione non è semplicemente un sintomo tra gli altri: è il meccanismo centrale che spiega la cronicità e la complessità del PTSD.
Peter Levine, Robert Scaer e Bessel van der Kolk convergono su questo punto, pur provenendo da prospettive teoriche diverse. Per Levine (2010), la dissociazione è la risposta biologica a un’esperienza di minaccia estrema rispetto alla quale le normali risposte di lotta o fuga non sono state possibili o sufficienti. Per van der Kolk (2014), la dissociazione riflette la frammentazione dell’esperienza traumatica in elementi sensoriali, motori ed emotivi che non sono stati integrati in una memoria narrativa coerente. Per Scaer (2014), la dissociazione somatica — il corpo che rimane bloccato in pattern neurobiologici di risposta alla minaccia — è il substrato fisico del PTSD cronico.
Questa convergenza ha implicazioni profonde per la pratica clinica: se la dissociazione è un fenomeno che si inscrive nel corpo prima ancora che nella mente, gli interventi terapeutici devono raggiungere il corpo. Ed è qui che l’arteterapia — in particolare nell’approccio somatico — offre strumenti che la terapia verbale difficilmente può replicare.
2. Il modello SIBAM: comprendere la frammentazione
Levine ha sviluppato il modello SIBAM come mappa clinica per comprendere e lavorare con la dissociazione. L’acronimo sta per Sensation (sensazione), Image (immagine), Behavior (comportamento), Affect (affetto), Meaning (significato). In condizioni normali, questi cinque elementi si integrano in modo fluido nella nostra esperienza: sentiamo una sensazione nel corpo, si forma un’immagine nella mente, si manifesta un comportamento, emerge un’emozione, e tutto questo è organizzato in un significato coerente.
Durante un’esperienza traumatica, questi elementi si dissociano. Un cliente che soffre di attacchi di panico può essere intrappolato in una rete di sensazioni corporee disturbanti (Sensation) senza alcuna immagine associata (Image), con comportamenti di evitamento rigidi (Behavior), un’emozione di terrore senza causa apparente (Affect) e una narrativa di sé come “pazzo” o “rotto” (Meaning). Ciascuno di questi elementi è presente, ma non connesso agli altri.
Il lavoro terapeutico, in questa prospettiva, consiste nel ricostruire gradualmente i ponti tra questi elementi dissociati. L’arteterapia è straordinariamente adatta a questo scopo perché può lavorare con ciascuno di essi simultaneamente: il processo creativo coinvolge le sensazioni corporee (il tatto dei materiali, la propriocezione del movimento), produce immagini, richiede comportamenti (le azioni del fare), genera affetti, e — gradualmente — permette la costruzione di un significato integrativo.
3. Dissociazione somatica: il trauma nel corpo
La dissociazione somatica — concetto sviluppato da Onno van der Hart, Ellert Nijenhuis e Kathy Steele nella teoria della dissociazione strutturale della personalità — descrive come le esperienze traumatiche producano una divisione nell’organizzazione del sé in “parti” con diverse funzioni e diverse modalità di risposta al mondo (van der Hart et al., 2006).
In questa prospettiva, il trauma non crea semplicemente memorie disturbanti: crea parti del sé che rimangono ancorate al momento traumatico, con le sue emozioni, le sue sensazioni, i suoi pattern comportamentali di difesa. Quando queste parti vengono attivate da stimoli associati al trauma — immagini, suoni, odori, situazioni relazionali — il sistema nervoso risponde come se il trauma stesse accadendo di nuovo, nel presente.
Per l’arteterapeuta, questa comprensione è preziosa. Il prodotto artistico può rivelare le parti dissociate attraverso cambiamenti improvvisi di stile, pressione del segno, scelta dei colori o dei soggetti. Un disegno che comincia ordinato e poi diventa caotico e frammentato può segnalare l’attivazione di una parte traumatizzata. La capacità di leggere questi segnali — e di intervenire per stabilizzare prima di procedere — è una competenza clinica fondamentale.
4. Tecniche di abreazione e de-congelamento motorio
Al di là delle differenze teoriche tra le varie scuole, sta emergendo un sapere pratico specifico dell’arteterapia come disciplina autonoma nel trattamento del trauma. Metodi comuni e comprovati si affermano progressivamente, indipendentemente dall’orientamento del terapeuta (Malchiodi, 2020).
Le tecniche di abreazione utilizzano il processo creativo per facilitare l’emergere e la scarica di emozioni associate al trauma. Il disegno spontaneo — chiedere al cliente di lasciare che la mano disegni ciò che emerge, con il mezzo che preferisce — è uno strumento privilegiato per facilitare il ricordo e l’abreazione emotiva che spesso lo accompagna. È fondamentale, tuttavia, che l’abreazione avvenga in un contesto di sufficiente sicurezza relazionale e che il terapeuta sia preparato a gestire l’intensità emotiva che può emergere.
Le tecniche di de-congelamento motorio — basate sulla teoria di Levine — facilitano il completamento delle azioni difensive interrotte durante il trauma. Il cliente è guidato ad eseguire movimenti lenti e consapevoli con le mani mentre disegna, prestando attenzione alle sensazioni che emergono. Forme angolari, tratti decisi, movimenti di spinta contro la carta — tutto questo può diventare il canale attraverso cui un’azione difensiva bloccata trova il suo completamento simbolico e somatico. Elbrecht (2018) documenta come queste tecniche, praticate in modo titolato e graduale, possano progressivamente liberare l’energia difensiva congelata.
5. Tecniche di espressione emotiva e contenimento
Le tecniche di espressione emotiva intensa utilizzano le proprietà fisiche dei materiali artistici per canalizzare emozioni altrimenti ingestibili. Vernici fluide, carboncini, materiali che permettono grande pressione e forza — tutti offrono al cliente la possibilità di dare forma fisica a stati emotivi intensi. Il colore, la pressione del segno, i materiali scelti diventano veicoli di un’espressione che non passa per le parole.
Parallelamente, le tecniche di contenimento sono fondamentali quando l’intensità emotiva rischia di diventare destabilizzante. Disegnare un contenitore — una scatola, una busta, un involucro — per le emozioni difficili è una tecnica semplice ma potente. Permette al cliente di dare una forma visiva al concetto di contenimento psichico, di esternalizzare il materiale disturbante mantenendolo a una distanza regolata.
Hamel (2021) descrive il suo metodo dei quattro quadranti come una struttura che guida il cliente attraverso queste fasi: dall’esplorazione della sintomatologia corporea (primo quadrante), alla sua esternalizzazione artistica (secondo quadrante), all’elaborazione emotiva (terzo quadrante), fino all’integrazione e al significato (quarto quadrante). Questa struttura offre sia la flessibilità necessaria per adattarsi ai bisogni individuali sia la prevedibilità che un sistema nervoso traumatizzato richiede.
6. Tecniche di attivazione delle risorse e stabilizzazione
La fase 1 del trattamento del trauma — la stabilizzazione e lo sviluppo delle risorse — è spesso la più lunga e la più importante, soprattutto nel trauma complesso. Le tecniche arteterapeutiche per l’attivazione delle risorse comprendono la creazione di immagini di sicurezza (il luogo sicuro, il confine protettivo), la rappresentazione visiva delle proprie forze e risorse personali, e la costruzione di simboli di protezione e radicamento.
Il genogramma artistico — la rappresentazione visiva dell’albero genealogico con l’uso di colori, forme e simboli invece di semplici cerchi e linee — permette di identificare e visualizzare le risorse transgenerazionali: gli antenati forti, i modelli positivi, le storie di resilienza nella propria famiglia. Questa tecnica può essere particolarmente potente per i clienti che faticano a riconoscere risorse proprie, aiutandoli a collocarsi in una storia più ampia di sopravvivenza e forza.
Le tecniche di radicamento visivo — disegnare i propri piedi, le radici di un albero, la connessione con la terra — utilizzano l’immagine per rinforzare la presenza nel qui-e-ora e contrastare la tendenza dissociativa. La creazione di un grounding object fisico — un oggetto creato manualmente che il cliente può portare con sé — estende la funzione di ancoraggio oltre la sessione terapeutica.
7. Tecniche di integrazione narrativa e trasformazione
Quando la stabilizzazione è sufficientemente consolidata, è possibile procedere verso la fase dell’integrazione narrativa: non il racconto del trauma nella sua cronologia grezza, ma la costruzione di una narrazione che contenga l’esperienza traumatica in un contesto di significato più ampio. L’arteterapia offre strumenti potenti per questa fase.
Il libro della storia — la creazione di un libro illustrato che narri la propria storia di trauma e guarigione — permette di dare forma visiva e sequenziale a un’esperienza che spesso è frammentata e caotica. Il processo di creazione del libro — selezionare le immagini, ordinarle, decidere cosa includere e cosa omettere, scegliere come far iniziare e finire la storia — è esso stesso un atto di riorganizzazione e integrazione psichica.
Le tecniche di trasformazione dell’immagine invitano il cliente a tornare su un’immagine traumatica già prodotta e a modificarla: aggiungere risorse, cambiare il finale, disegnare se stessi più forti, includere un alleato. Questa tecnica sfrutta direttamente il meccanismo del riconsolidamento della memoria: riattivando l’immagine-ricordo e introducendo nuovi elementi, si modifica la valenza emotiva della memoria sottostante.
8. Indicazioni cliniche per il professionista
L’applicazione di queste tecniche richiede una formazione specialistica e una supervisione regolare. Il rischio principale nel lavoro arteterapeutico con il trauma è quello della rievocazione traumatica: inondare il cliente di materiale traumatico senza le risorse necessarie per elaborarlo, producendo una riedizione del trauma piuttosto che la sua elaborazione. Per questo motivo, la valutazione iniziale delle risorse del cliente e la progressione graduale — dalla stabilizzazione all’elaborazione all’integrazione — non sono opzionali, ma costituiscono la struttura fondamentale del trattamento.
È inoltre fondamentale riconoscere i propri limiti: alcune presentazioni cliniche — il disturbo dissociativo dell’identità, il PTSD con comorbidità psichiatriche complesse, la psicosi attiva — richiedono una formazione specialistica avanzata e spesso un approccio di équipe. Il lavoro arteterapeutico con queste popolazioni può essere straordinariamente potente, ma deve essere condotto con competenza e cautela.
Bibliografia
- American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). APA Publishing.
- Elbrecht, C. (2018). Healing trauma with guided drawing: A sensorimotor art therapy approach to bilateral body mapping. North Atlantic Books.
- Hamel, J. (2021). Somatic art therapy: Alleviating pain and trauma through art. Routledge.
- Herman, J. L. (1992). Trauma and recovery: The aftermath of violence—from domestic abuse to political terror. Basic Books.
- Levine, P. A. (2010). In an unspoken voice: How the body releases trauma and restores goodness. North Atlantic Books.
- Malchiodi, C. A. (2020). Trauma and expressive arts therapy: Brain, body, and imagination in the healing process. Guilford Press.
- Scaer, R. (2014). The body bears the burden: Trauma, dissociation, and disease (3rd ed.). Routledge.
- Van der Hart, O., Nijenhuis, E. R. S., & Steele, K. (2006). The haunted self: Structural dissociation and the treatment of chronic traumatization. Norton.
- Van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.



