1. Il lutto è anche dei bambini
Gli adulti tendono a proteggere i bambini dalle esperienze di morte e perdita — talvolta con l’intenzione genuina di risparmiare loro sofferenze inutili. Ma questa protezione, quando diventa esclusione, può privare i bambini del diritto di elaborare le proprie perdite e dell’accesso alle risorse necessarie per farlo. I bambini sono pienamente esposti al lutto — e lo vivono a loro modo.
Le stime indicano che circa uno su sette bambini perderà un genitore o un fratello prima dei diciotto anni. Molti altri perderanno nonni significativi, amici, animali domestici. E oltre alla morte ci sono le perdite non-mortali, altrettanto reali nell’economia emotiva del bambino: un divorzio, un trasloco, la fine di un’amicizia, l’inizio della scuola, la nascita di un fratello. Tutte queste perdite richiedono elaborazione — e il bambino non ha ancora gli strumenti cognitivi e verbali per farlo come farebbe un adulto.
Ciò che il bambino ha — e che usa naturalmente — è il gioco. Il gioco è il linguaggio del bambino, il luogo in cui dà forma alla propria esperienza, la ripete, la trasforma, la integra. Comprendere questo è il primo passo per sostenere i bambini nel loro processo di lutto (Worden, 2009).
2. Sviluppo cognitivo e comprensione della morte
La comprensione della morte evolve con lo sviluppo cognitivo del bambino. I bambini sotto i cinque anni generalmente non comprendono la morte come permanente e universale: possono aspettarsi che la persona morta torni, o credere che la morte sia reversibile come il sonno. Tra i cinque e i sette anni, la comprensione della permanenza inizia a consolidarsi, ma possono ancora avere pensieri magici — l’idea che i propri pensieri o comportamenti possano aver causato la morte. Tra gli otto e i dodici anni, la comprensione della morte si avvicina a quella adulta, ma la capacità di elaborazione emotiva è ancora in sviluppo. Gli adolescenti, pur comprendendo la morte intellettualmente, possono reagire in modi che sembrano opposti all’elaborazione del lutto — distanza emotiva, ribellione, ritiro nelle relazioni con i pari (Schonfeld & Quackenbush, 2010).
Per il clinico, questa comprensione evolutiva orienta le scelte terapeutiche: non possiamo aspettarci che un bambino di quattro anni elabori il lutto nello stesso modo di un adulto, né che lo faccia attraverso gli stessi canali. Le terapie espressive — il gioco, l’arte, il teatro, la musica — incontrando il bambino a livello del suo funzionamento naturale, offrono un contesto terapeutico congruente con il suo sviluppo.
3. Il gioco come linguaggio terapeutico
La terapia del gioco — fondata sui principi della psicoterapia centrata sul bambino di Virginia Axline (1947) — riconosce nel gioco il mezzo naturale di espressione del bambino. Come il sogno è la via regia all’inconscio per l’adulto, il gioco è la via regia al mondo interiore del bambino: il luogo in cui elabora le proprie esperienze, esprime le proprie emozioni, pratica nuove soluzioni, integra ciò che è difficile da sostenere nella realtà ordinaria.
Nel gioco terapeutico, il bambino non è obbligato a parlare della perdita: è libero di avvicinarsi ad essa nella forma che sente possibile. Può mettere in scena la morte di un personaggio giocattolo e poi “resuscitarlo”, esplorando così la propria ambivalenza rispetto alla permanenza della morte. Può costruire nella sandbox una scena funebre, può dipingere con colori scuri, può usare i personaggi di burattini per dire cose che non riesce a dire in prima persona.
Il ruolo del terapeuta in questo contesto è quello di presenza accogliente, non di guida interpretativa. La tentazione di “aiutare” il bambino a capire, di spiegare, di rassicurare deve essere sospesa a favore di una presenza che testimonia e accompagna senza interferire con il processo spontaneo dell’elaborazione.
4. La sandbox: un caso clinico emblematico
Un bambino di quattro anni aveva assistito all’investimento del fratello da parte di un autobus scolastico. Per tre sessioni consecutive, ha ricostruito nella sandbox la stessa scena: automobili, camion, il grande van rosso, ambulanze, camion dei pompieri — e nessuna persona. Nella quarta settimana, il vassoio di sabbia era cambiato: c’erano animali, persone, e il van rosso era scomparso. Anche il suo atteggiamento era cambiato: era più presente, meno dissociato, capace di contatto oculare con il terapeuta.
Il gioco in uno spazio sicuro, con un terapeuta capace di reggere il peso della scena senza intervenire, aveva permesso a questo bambino di elaborare il trauma a modo suo. Non c’era stata nessuna spiegazione, nessuna interpretazione, nessun tentativo di “aiutarlo a capire”. Solo la libertà di tornare all’esperienza, tante volte quante necessario, finché qualcosa nell’interno si era reorganizzato (Brooke & Miraglia, 2015).
Questo caso illustra un principio fondamentale: nel lavoro con i bambini in lutto e in trauma, il terapeuta deve saper tollerare l’intensità del materiale portato dal bambino senza precipitarsi a risolverlo. La capacità di stare con il dolore e il caos del bambino — senza rassicurare prematuramente, senza deviare verso contenuti più confortevoli — è una delle competenze più difficili e più importanti del clinico che lavora con questa popolazione.
5. Le arti espressive con i bambini in lutto
Le arti espressive offrono ai bambini in lutto un ventaglio di possibilità che va ben oltre il disegno e la pittura. Il collage — ritagliare immagini da riviste e assemblarle — è particolarmente accessibile per i bambini più inibiti sul piano grafico, perché non richiede abilità tecnica. Il modellaggio con argilla o das permette l’espressione di forze primitive attraverso il tatto e la pressione. La fotografia permette ai bambini più grandi di documentare la propria esperienza e di costruire album del ricordo.
Gli oggetti commemorativi — piccoli oggetti che appartengono al bambino e che portano con sé la memoria del defunto — sono strumenti potenti nel lavoro con il lutto. Un sasso trovato nel giardino del nonno, una piuma raccolta durante una passeggiata, un bottone dell’abito della mamma: questi oggetti “tengono” qualcosa della persona perduta in modo concreto e fisicamente rassicurante. In arteterapia, i bambini possono creare scatole del ricordo — decorandole e riempiendole di oggetti significativi — come modo di dare una forma contenuta alla relazione con la persona perduta.
Malchiodi (2008) documenta come il libro illustrato del lutto — creato dal bambino con il supporto del terapeuta — possa essere uno strumento potente di elaborazione narrativa e integrazione: il bambino sceglie cosa mettere nel libro, come ordinarlo, come finirlo. Questo atto di autoria restituisce al bambino un senso di controllo e di agentività rispetto a un’esperienza rispetto alla quale si è sentito radicalmente passivo.
6. Il teatro come rituale di guarigione
Le proprietà curative del rituale e della cerimonia sono antiche quanto l’umanità, presenti in tutte le culture e attestate anche nelle applicazioni cliniche contemporanee. Il teatro — con le sue strutture di messa in scena, ripetizione, trasformazione — offre uno spazio rituale particolarmente adatto al lavoro sul lutto nei bambini e negli adolescenti.
Vincent Dopulos descrive il caso di Sheila, una madre in lutto che aveva perso improvvisamente il figlio ventitreenne, figlio unico. Il lavoro terapeutico si è sviluppato attraverso undici mesi di preparazione di una cerimonia personalizzata: raccogliere oggetti, costruire significati, preparare ogni elemento della cerimonia con cura rituale. La cerimonia stessa è durata tre ore. Un processo lungo, deliberato, profondo — che ha permesso a Sheila di attraversare il lutto in modo attivo e intenzionale, non semplicemente di subirlo (Brooke & Miraglia, 2015).
Con i bambini, i rituali terapeutici possono essere adattati all’età e alle esigenze specifiche: una cerimonia di addio per un animale domestico, la creazione di un “giardino del ricordo” con piante e oggetti significativi, l’accensione di una candela in memoria della persona perduta. Questi rituali non sono atti di magia: sono atti di significato, che aiutano il bambino a collocare la perdita in un contesto di senso più ampio.
7. La drammaterapia con gli adolescenti
La drammaterapia — l’uso terapeutico del teatro, dell’improvvisazione, del racconto e della performance — è particolarmente indicata per il lavoro con gli adolescenti in lutto. L’adolescenza è una fase di costruzione identitaria in cui il gioco dei ruoli, la sperimentazione di diverse facce di sé, la messa in scena di scenari alternativi sono attività naturali e fondamentali. La drammaterapia incontra l’adolescente in questo territorio naturale.
Nel contesto del lutto, la drammaterapia permette all’adolescente di mettere in scena il proprio dolore senza esserne schiacciato — di usare la struttura narrativa del teatro per dare forma a un’esperienza che altrimenti potrebbe sembrare caotica e incontrollabile. Tecniche come il role reversal (scambiare i ruoli con un personaggio significativo), il doubling (il terapeuta si mette accanto all’adolescente e “parla per lui” le emozioni difficili), e la scultura (usare i corpi per dare forma spaziale alle relazioni) offrono possibilità espressive non disponibili nella terapia verbale (Landy, 2009).
L’uso del teatro con gruppi di adolescenti in lutto — per esempio in contesti scolastici dopo un lutto collettivo — può avere una funzione comunitaria oltre che individuale: permette di elaborare il dolore condiviso in modo pubblico e rituale, restituendo un senso di coesione e di significato alla comunità colpita dalla perdita.
8. La terapia assistita con animali: una presenza non giudicante
Le Animal-Assisted Interactions (AAI) sono interventi in cui animali opportunamente addestrati vengono integrati in un processo terapeutico condotto da un professionista qualificato. Non si tratta semplicemente di “stare con un animale”: l’interazione è progettata, monitorata e finalizzata a obiettivi terapeutici specifici. Nel lavoro con bambini e adolescenti in lutto, gli obiettivi possono includere la riduzione dell’ansia, il miglioramento della capacità di parlare delle proprie emozioni, e l’elaborazione della perdita attraverso l’attaccamento all’animale.
Gli animali non chiedono spiegazioni. Non si aspettano che il bambino stia “bene” o che si comporti in modo appropriato. Non si sentono a disagio di fronte alle lacrime, alla rabbia o al silenzio. Questa disponibilità incondizionata — così diversa da quella degli adulti in lutto, spesso sopraffatti dal proprio dolore e dalla propria impotenza di fronte a quello del bambino — crea uno spazio di accettazione totale in cui il bambino può essere esattamente come è.
La ricerca sulle AAI con bambini in lutto — pur ancora in fase di sviluppo — suggerisce effetti positivi sulla regolazione emotiva, sulla riduzione dei sintomi ansiosi e sulla capacità di parlare delle proprie esperienze di perdita (Jalongo, 2014). I cani, in particolare, grazie alla loro sensibilità ai segnali emotivi dell’essere umano e alla loro capacità di offrire conforto fisico attraverso il contatto, si sono dimostrati particolarmente efficaci in questo contesto.
9. Il lavoro con la famiglia e il sistema scolastico
Il lutto del bambino non può essere compreso o trattato isolatamente dal contesto familiare e scolastico in cui esso avviene. Gli adulti significativi nella vita del bambino — genitori, insegnanti, nonni — sono spesso essi stessi in lutto, e il modo in cui gestiscono il proprio dolore influenza direttamente la capacità del bambino di elaborare il proprio.
Il lavoro con i genitori — educandoli sui segni del lutto nei bambini, sulle modalità appropriate per comunicare della morte, su come creare spazi per il dolore senza esserne sopraffatti — è spesso un componente fondamentale del trattamento. Il coordinamento con la scuola — informando gli insegnanti della situazione del bambino e fornendo loro strumenti per sostenerlo nel contesto scolastico — è altrettanto importante.
Le terapie espressive di gruppo per bambini in lutto — offerte in contesti scolastici, in ospedali pediatrici, in centri comunitari — permettono ai bambini di scoprire che non sono soli nella propria esperienza, di imparare dai coetanei strategie di coping, e di sperimentare la creazione artistica come atto sociale e condiviso oltre che individuale.
Bibliografia
- Axline, V. (1947). Play therapy. Houghton Mifflin.
- Brooke, S. L., & Miraglia, D. A. (Eds.). (2015). Using the creative therapies to cope with grief and loss. Charles C Thomas.
- Jalongo, M. R. (2014). Pet-keeping in the family context and young children’s development. In A. Guttmann & G. Hollis (Eds.), Animals in our lives: Multidisciplinary perspectives on the relationships between people and animals. Paul H Brookes Publishing.
- Landy, R. J. (2009). Drama as a means of preventing post-traumatic stress following trauma within a school setting. Journal of Applied Arts & Health, 1(1), 90–103.
- Malchiodi, C. A. (2008). Creative interventions with traumatized children. Guilford Press.
- Schonfeld, D. J., & Quackenbush, M. (2010). The grieving student: A teacher’s guide. Brookes Publishing.
- Thompson, B. E., & Neimeyer, R. A. (Eds.). (2014). Grief and the expressive arts: Practices for creating meaning. Routledge.
- Worden, J. W. (2009). Grief counseling and grief therapy: A handbook for the mental health practitioner (4th ed.). Springer.



