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Il primo passo del Focusing: la logica dello spazio
Nel sistema terapeutico di Gendlin, il Clearing a Space (CAS) occupa una posizione privilegiata: è il primo passo del processo Focusing, quello da cui tutto il resto dipende. Prima di entrare in contatto con il felt sense di una situazione problematica, prima di avvicinarsi al contenuto emotivo complesso, il Focusing invita a fare qualcosa di controintuitivo: non entrare nel problema, ma creare distanza da esso. Questo movimento — dal dentro al fuori — non è fuga o evitamento, ma una forma sofisticata di regolazione dell’arousal che rende possibile un’elaborazione più integrata.
L’istruzione classica del CAS: “Immagina di portare attenzione all’interno del tuo corpo. Lascia che emergano le cose che si frappongono tra te e uno stato di completo benessere. Quando ne senti una, non entrarci dentro, ma mettila fuori da te — come se la posassi su una sedia di fronte a te”. Questo processo produce tipicamente sollievo progressivo: man mano che i “pesi” vengono riconosciuti e simbolicamente esternalizzati, emerge uno spazio interiore che Gendlin chiama “the quality of aliveness in the middle of the body” — una sensazione di presenza che esiste indipendentemente dai problemi.
Laury Rappaport ha trasformato questo processo immaginativo in una pratica artistica concreta: nella versione CAS-Arts, i “pesi” identificati vengono rappresentati attraverso immagini o simboli su carta, creando letteralmente una distanza spaziale visibile tra il sé e i propri problemi. Il risultato è un tipo di esperienza terapeutica che combina la profondità del Focusing con la tangibilità e il potere comunicativo dell’arte.
Il protocollo CAS-Arts: struttura e adattamenti
Il protocollo CAS-Arts (Rappaport, 2014, Box 14.2) si articola in quattro momenti principali, adattabili in funzione di contesto, tempo disponibile e caratteristiche del cliente. Il primo momento è l’induzione: il terapeuta guida una breve pratica di attenzione interiore, con una o due respirazioni profonde e l’invito a notare “come stai in questo momento, all’interno”. Non si analizza né si spiega: si invita semplicemente a notare.
Il secondo momento è l’identificazione e l’esternalizzazione. Man mano che emerge qualcosa che “si frappone tra il cliente e uno stato di pieno benessere” — una preoccupazione, una tensione, un pensiero ricorrente — il terapeuta invita a dargli una forma visiva su carta. Può essere un simbolo rapido, un colore, una forma astratta: non un’opera d’arte, ma un gesto di riconoscimento e separazione. Ogni “peso” viene posto su un foglio separato o in un’area distinta dello stesso foglio, nominato minimamente e poi messo da parte.
Il terzo momento, cruciale, è la verifica interiore. Quando il cliente sente di aver identificato i principali pesi, il terapeuta chiede: “Con tutte queste cose qui fuori da te — su questi fogli — come ti senti adesso all’interno?” Spesso emerge sollievo, leggerezza, un “respiro ritrovato”. Questa qualità di benessere funzionale — il sé oltre i problemi — viene poi rappresentata artisticamente nel quarto momento: “Puoi dare una forma, un colore a questo spazio libero che hai ritrovato?”
Neurobiologia del CAS-Arts: perché funziona
Il CAS-Arts agisce su più livelli neurobiologici simultaneamente. Il processo di esternalizzazione simbolica dei problemi produce ciò che la terapia cognitiva chiama “defusion” o “de-fusione cognitiva”: la riduzione dell’identificazione tra il sé e i propri contenuti mentali. Quando un problema è “qui fuori, su questo foglio”, il sistema nervoso lo sperimenta come meno minaccioso di quando è “dentro di me, ovunque”. Neurobiologicamente, questo corrisponde a una riduzione dell’attività amigdalare e a una riattivazione della corteccia prefrontale mediale — condizioni per una regolazione emotiva più efficace.
Un secondo meccanismo riguarda l’effetto del completamento dell’azione su circuiti neurali associati alla tensione e al sollievo. Il gesto di disegnare, nominare e “mettere da parte” un peso attiva circuiti di completamento che riducono la risposta di allarme associata alla preoccupazione cronica. In questo senso, il CAS-Arts produce qualcosa di analogo all’effetto di “mettere giù un peso fisico”: il sistema nervoso registra il completamento di un gesto di separazione e risponde con allentamento della tensione muscolare e respiratoria.
Il terzo meccanismo è legato alla specificazione. Rappresentare visivamente i propri problemi richiede tradurre un’esperienza interna diffusa in qualcosa di specifico e circoscritto — un colore, una forma, un simbolo. Questo processo ha un effetto regolatorio intrinseco: l’esperienza totalizzante della preoccupazione cronica viene frammentata in elementi discreti, ciascuno dei quali occupa uno spazio limitato su un foglio. La metafora spaziale diventa esperienza concreta e la sensazione di essere “sopraffatti” si attenua proporzionalmente.
Applicazioni cliniche: da setting oncologici a contesti educativi
Il CAS-Arts trova applicazione in contesti clinici molto diversi, grazie alla sua struttura semplice, al profilo di sicurezza elevato e alla non richiesta di competenze artistiche pregresse. In setting oncologici, viene usato all’inizio delle sessioni di gruppo per permettere ai partecipanti di “depositare” temporaneamente le preoccupazioni mediche prima di entrare in un processo creativo più esplorativo. Rappaport documenta come anche pazienti con prognosi sfavorevole riferiscano sollievo significativo dopo pochi minuti di pratica: non perché i problemi siano scomparsi, ma perché hanno sperimentato che esiste uno spazio interiore non completamente occupato dalla malattia.
In contesti di burnout professionale — operatori sanitari, insegnanti, professionisti della cura — il CAS-Arts funziona sia come intervento regolatorio immediato sia come pratica riflessiva. Il processo di identificare e disegnare ciò che “si porta con sé” al lavoro ogni giorno può diventare un’esplorazione delle fonti di sovraccarico e dei confini tra vita professionale e personale. Significativo è il momento in cui il professionista rappresenta “lo spazio libero”: spesso emergono risorse, valori e motivazioni oscurate dall’accumulo di stress.
In ambito formativo, il CAS-Arts viene utilizzato come pratica di apertura con gruppi di studenti di psicoterapia o arteterapia, insegnando loro a “fare spazio” nella propria esperienza interna prima di entrare in contatto con i clienti. Questa pratica di consapevolezza professionale — analoga alla supervisione preventiva — riduce il rischio di controtransfert non elaborato e aumenta la qualità di presenza che il futuro terapeuta porta in seduta.
CAS-Arts tra le sessioni: autoregolazione e diario visivo
Una delle innovazioni più interessanti nella letteratura FOAT riguarda l’insegnamento del CAS-Arts come pratica di autoregolazione tra le sessioni. Rappaport descrive protocolli in cui il terapeuta insegna il processo al cliente con un semplice kit — fogli, matite colorate, un quaderno — invitandolo a praticarlo autonomamente nei momenti di stress o sopraffazione emotiva. Il quaderno di CAS-Arts diventa un diario visivo che documenta nel tempo i temi ricorrenti, i pesi più frequenti e — significativamente — le qualità dello spazio libero ritrovato.
Questa dimensione di autogestione ha implicazioni cliniche importanti. La maggior parte dei percorsi terapeutici mira a sviluppare nei clienti capacità autonome di regolazione emotiva che non dipendano indefinitamente dalla presenza del terapeuta. Il CAS-Arts offre uno strumento concreto, insegnabile e culturalmente non specifico per questo obiettivo: non richiede conoscenze artistiche, può essere praticato ovunque con materiali minimi, ed è sufficientemente strutturato da essere accessibile anche in momenti di alta attivazione.
Nel tempo, la pratica regolare del diario visivo CAS-Arts può sviluppare nel cliente una competenza metacognitiva preziosa: la capacità di riconoscere quando il proprio spazio interiore è sovraccarico, di sapere che esiste uno spazio libero al di là di quel sovraccarico, e di avere uno strumento per recuperarlo. Questa competenza — che nella letteratura sulla regolazione emotiva corrisponde a ciò che Siegel chiama “mindsight” — è il risultato a lungo termine di una pratica CAS-Arts ben introdotta e sostenuta terapeuticamente.
📚 Riferimenti bibliografici
- Rappaport L. (2009) Focusing-Oriented Art Therapy, cap. 5
- Rappaport L. (2014) in Mindfulness and the Arts Therapies, cap. 14
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