- 1. Introduzione: la natura come maestro di attenzione
- 2. La natura come contesto terapeutico: evidenze scientifiche
- 2.1 Fisiologia dell’immersione naturale
- 2.2 Restauro attentivo e creatività
- 3. Perché disegnare la natura: attenzione radicale e mindfulness incarnata
- 3.1 Il disegno come pratica meditativa
- 4. La natura come medium: pigmenti, materiali e collaborazione
- 5. Indicazioni cliniche e vignette terapeutiche
- 5.1 Attenzione e psicosi: il caso Manny
- 5.2 Autismo, ansia e resistenza: il caso Charles
- 5.3 Depressione, trauma e disconnessione: il caso Jamie
- 6. Il lavoro con la resistenza: la natura come alleata
- 7. Implicazioni per la pratica arteterapeeutica
- 7.1 Setting e progressione
- 7.2 Documentazione e riflessione
- 7.3 Competenze del terapeuta
- 8. Conclusione: l’arte come forza della natura
1. Introduzione: la natura come maestro di attenzione
In un tempo in cui la vita professionale e quotidiana è scandita da stimoli digitali incessanti, la pratica del disegnare dal vero in ambiente naturale rappresenta una delle proposte terapeutiche più solide e multidimensionali dell’eco-art therapy contemporanea. Non si tratta semplicemente di “andare fuori a dipingere”: il disegno della natura mobilita processi cognitivi, percettivi e affettivi profondi, trasformando l’osservazione in atto terapeutico e il paesaggio in interlocutore clinico.
Jean Davis, arteterapeuta e formatrice statunitense, ha sistematizzato questa pratica nel capitolo “Drawing Nature” del volume collettaneo curato da Alexander Kopytin e Mary Rugh (2017), intitolato Environmental Expressive Therapies: Nature-Assisted Theory and Practice. Il suo contributo — fondato su anni di lavoro clinico con adolescenti in contesti psichiatrici e su un’indagine personale di un intero anno condotta in tutte le stagioni — offre al professionista una cornice teorica rigorosa e strumenti pratici immediatamente applicabili.
Il presente articolo analizza i fondamenti ecopsicologici e neuroscientifici del disegnare la natura, le sue indicazioni cliniche specifiche e le implicazioni per la pratica arteterapeeutica, integrando la prospettiva di Davis con le più recenti evidenze della ricerca internazionale.
2. La natura come contesto terapeutico: evidenze scientifiche
Il radicamento scientifico dell’eco-art therapy non è un optional: è la condizione che consente al professionista di comunicare con autorevolezza agli équipe multidisciplinari, ai committenti e alle famiglie. Il corpo di ricerca sull’impatto fisiologico e psicologico dell’esposizione alla natura è oggi robusto e convergente.
2.1 Fisiologia dell’immersione naturale
Gli studi del professor Yoshifumi Miyazaki dell’Università di Chiba (Giappone) sullo shinrin-yoku — la pratica giapponese del “bagno nella foresta” — hanno misurato variazioni fisiologiche significative dopo brevi esposizioni in ambienti naturali: riduzione del cortisolo salivare del 12,4%, calo della pressione arteriosa dell’1,4% e diminuzione della frequenza cardiaca del 5,8%. Queste variazioni, rilevate in 24 foreste attraverso il Giappone, indicano un’attivazione del sistema nervoso parasimpatico e una riduzione della risposta allo stress che precedono qualsiasi intervento terapeutico strutturato (Tsunetsugu, Park & Miyazaki, 2010; Li et al., 2019).
Una meta-analisi pubblicata nel 2019 sull’International Journal of Biometeorology (Li et al.) ha confermato che in quasi tutti gli studi analizzati i livelli di cortisolo risultano significativamente inferiori nei gruppi esposti alla natura rispetto ai gruppi di controllo, con effetti dose-dipendenti anche per esposizioni brevi. Per l’arteterapeuta che opera all’aperto, questo significa che il contesto naturale predispone il sistema nervoso del cliente alla ricezione dell’intervento prima ancora che il lavoro artistico abbia inizio.
📊 Evidenze neuroscientifiche dell’esposizione alla natura Cortisolo salivare: –12,4% (Miyazaki, studi shinrin-yoku) Pressione arteriosa: –1,4% | Frequenza cardiaca: –5,8% Creatività: +50% dopo 4 giorni wilderness (Atchley et al., 2012) Fatica attentiva: riduzione significativa (Kaplan & Kaplan, ART)
2.2 Restauro attentivo e creatività
Rachel e Stephen Kaplan hanno elaborato la teoria del restauro attentivo (Attention Restoration Theory, ART) per spiegare il meccanismo attraverso cui la natura recupera le risorse cognitive impoverite dall’uso prolungato dell’attenzione diretta. L’ambiente naturale offre quella che i Kaplan definiscono “fascinazione morbida” (soft fascination): stimoli che attraggono l’attenzione in modo involontario, senza richiedere sforzo cognitivo, lasciando la mente in uno stato di riposo riflessivo. Questo stato — distinto sia dalla distrazione sia dalla concentrazione — è la condizione ottimale per il lavoro artistico meditativo (Basu, Duvall & Kaplan, 2019).
Atchley e collaboratori (2012) hanno invece dimostrato che quattro giorni di immersione in natura senza tecnologie digitali incrementano le prestazioni creative del 50% in compiti di pensiero divergente, suggerendo che la natura non solo riposa la mente ma la apre attivamente a nuove connessioni associative. Questo dato ha implicazioni dirette per il lavoro clinico con clienti che presentano rigidità cognitiva, ruminazione e difficoltà di problem-solving.
3. Perché disegnare la natura: attenzione radicale e mindfulness incarnata
Se la natura offre un contesto restaurativo, il disegno dal vero aggiunge una dimensione supplementare: struttura l’incontro, lo rende intenzionale, lo trasforma in pratica. Davis sottolinea che il disegno obbliga il cliente a guardare davvero — non a etichettare o categorizzare, ma a percepire. Questo processo, che l’autrice chiama “attenzione radicale” (radical attention), è una forma di mindfulness incarnata: non si osserva la natura dall’esterno, ci si immerge in essa attraverso i sensi e la mano che disegna.
«Perdi la mente e ritorna ai tuoi sensi.» — Fritz Perls, fondatore della Gestalt Therapy
L’aforisma di Fritz Perls — citato da Davis come epigrafe concettuale — condensa efficacemente l’obiettivo terapeutico: sospendere la mente analitica e critica per ritornare all’esperienza sensoriale diretta. Il disegno della natura è uno strumento privilegiato per questa operazione perché impone la presenza: il soggetto naturale cambia con la luce, il vento, le stagioni; non si lascia fermare, deve essere catturato nell’istante.
Inoltre, rispetto ad altre forme di art-making terapeutico, il disegno dal vero offre un riferimento esterno che riduce l’angoscia del foglio bianco — problema frequente con clienti che hanno scarsa autoefficacia artistica o alta autocritica. La natura fornisce il “tema” e la “composizione”: il cliente non deve inventare, deve osservare e tradurre. Questa struttura implicita abbassa le difese e permette l’emergere di processi affettivi più profondi.
3.1 Il disegno come pratica meditativa
Davis descrive il disegno della natura come “una forma altamente attiva di meditazione”. A differenza della meditazione seduta, il disegnare impegna corpo e mente in un’attività ritmica e ripetuta: la mano che segue il contorno di una foglia, i movimenti lenti per rendere la texture di una corteccia, la ricerca paziente dell’ombra che definisce la forma di una pietra. Questo ritmo motorio ha un effetto calmante simile a quello delle pratiche contemplative, ma accessibile anche a clienti che faticano a “stare fermi con la mente”.
La ricerca sulla terapia basata sulla mindfulness evidenzia effetti simili: Kang e collaboratori (2021) hanno misurato, attraverso EEG e scale psicologiche, significative riduzioni di ansia, depressione e aggressività in protocolli che combinano immersione naturale e pratiche espressive, con miglioramenti nell’autostima e nell’attenzione sostenuta. Questi dati supportano l’integrazione del disegno naturalistico nei protocolli di art therapy orientati alla regolazione emotiva.
4. La natura come medium: pigmenti, materiali e collaborazione
Un aspetto spesso trascurato nella letteratura sull’eco-art therapy riguarda la dimensione materica: la natura non è solo sfondo o soggetto, ma può diventare medium essa stessa. I pigmenti naturali — ocre, terre di Siena, carbone vegetale, succhi di bacche, argille colorate — hanno accompagnato l’umanità dalla preistoria e mantengono una potenza simbolica e sensoriale che i materiali industriali non possono replicare.
Davis propone di espandere la pratica includendo la raccolta e la preparazione di pigmenti in situ: il cliente che macina una pietra colorata o mescola argilla con acqua compie un gesto che lo colloca in una genealogia umana lunghissima, riducendo l’isolamento e attivando senso di appartenenza. I materiali naturali creano, come osserva Natural Earth Paint, “una collaborazione tra artista e materia” che democratizza il processo creativo: non esiste un errore quando si lavora con materiali che recano già le impronte del tempo e dell’ambiente.
L’American Art Therapy Association (AATA) ha riconosciuto nell’eco-art therapy una modalità terapeutica distinta che comprende l’uso di foglie, sassi, rami, sabbia e acqua come elementi dell’opera, integrando i principi dell’ecoterapia con quelli dell’arte come linguaggio. Questo approccio amplia le possibilità espressive per clienti con difficoltà motorie fini o con resistenza ai materiali convenzionali.
🌿 Materiali naturali nell’eco-art therapy Pigmenti: ocre, carboni, argille, terre colorate, succhi vegetali Elementi: foglie, cortecce, semi, fiori, radici, pietre Tecniche: impronta, collage naturale, acquerello su foglia, land art Effetto terapeutico: radicamento, senso di appartenenza, riduzione autocritica
5. Indicazioni cliniche e vignette terapeutiche
Davis ha sviluppato il suo approccio lavorando prevalentemente con adolescenti in contesti psichiatrici residenziali — una popolazione con alta frequenza di resistenza all’intervento, disturbi attentivi, trauma e difficoltà di mentalizzazione. Le vignette cliniche che riporta illuminano le potenzialità specifiche del disegno della natura con questa e altre popolazioni.
5.1 Attenzione e psicosi: il caso Manny
Manny, 12 anni, diagnosi di disturbo dello spettro psicotico con grave deficit attentivo, mostrava un’incapacità pressoché totale di sostenere l’attenzione su un compito per più di pochi secondi. Davis propone sedute di disegno naturalistico all’aperto, focalizzate su dettagli singoli: un insetto su una foglia, la venatura di una pietra. La progressione mostrata dal ragazzo nel corso delle settimane — da minuti a decine di minuti di attenzione sostenuta — illustra come il soggetto naturale, per la sua complessità intrinseca e la sua capacità di suscitare meraviglia, riesca a catturare l’attenzione anche laddove i compiti strutturati falliscono.
▸ Manny (12 anni) Psicosi + deficit attentivo → progressione da secondi a minuti di attenzione sostenuta attraverso disegno di dettagli naturali.
5.2 Autismo, ansia e resistenza: il caso Charles
Charles, 15 anni, diagnosi di disturbo dello spettro autistico con ansia pervasiva, resisteva energicamente a qualsiasi proposta artistica convenzionale. L’introduzione del disegno all’aperto ha modificato la dinamica: il contesto naturale ha ridotto la pressione del setting terapeutico chiuso, e la struttura del “copiare la realtà” ha offerto a Charles la prevedibilità e la logica procedurale di cui il suo stile cognitivo aveva bisogno. L’ansia si è ridotta progressivamente con l’aumentare della familiarità con luoghi e soggetti naturali specifici.
▸ Charles (15 anni) Autismo + ansia → la struttura del disegno naturalistico e la prevedibilità dell’ambiente outdoor riducono la resistenza e l’arousal ansioso.
5.3 Depressione, trauma e disconnessione: il caso Jamie
Jamie, 55 anni, storia di depressione maggiore e trauma complesso, presentava la disconnessione emotiva tipica della depressione cronica: incapacità di provare piacere, perdita di senso, distanza dal corpo. Davis propone il disegno stagionale della natura — lo stesso albero in inverno, in primavera, in estate — come specchio delle trasformazioni interiori. Jamie ha progressivamente collegato i cicli naturali alle proprie oscillazioni emotive, trovando nella natura un contenitore narrativo per stati interni altrimenti inesprimibili. La documentazione emotiva “prima e dopo” ogni sessione, proposta da Davis anche nella propria indagine personale, si è rivelata uno strumento potente per la consapevolezza affettiva.
▸ Jamie (55 anni) Depressione + trauma → il disegno stagionale dello stesso soggetto naturale crea uno specchio delle trasformazioni interiori e riattiva la capacità narrativa.
6. Il lavoro con la resistenza: la natura come alleata
Davis dedica attenzione specifica al fenomeno della resistenza — uno dei temi più delicati della pratica arteterapeeutica. La resistenza al disegnare la natura può manifestarsi in forme diverse: rifiuto esplicito (“non so disegnare”), fuga nel dettaglio iper-controllato, evitamento dell’ambiente aperto, preferenza per soggetti astratti. Davis propone di leggere queste resistenze non come ostacoli ma come informazioni cliniche preziose, spesso correlate a stati affettivi latenti.
Un’osservazione particolarmente acuta riguarda la stagione invernale: la natura spoglia, senza foglie, con rami nudi e paesaggi monocromi, suscita frequentemente resistenza nei clienti. Davis ha scoperto che questo è spesso il momento di maggiore ricchezza terapeutica: il paesaggio invernale mette in contatto con la perdita, la vulnerabilità, la fine dei cicli. Lavorare con questo materiale — invece di proporre soggetti più “attraenti” — può sbloccare narrazioni emotive significative.
La natura stessa, osserva Davis, modella la resistenza: il vento che piega il foglio, la luce che cambia, l’insetto che si muove, la pioggia improvvisa. Questi “imprevisti” dell’ambiente sono occasioni per esplorare la tolleranza alla frustrazione e la capacità di adattamento, competenze fondamentali tanto nello sviluppo emotivo quanto nel percorso di guarigione.
«Il disegnare la natura è una forma altamente attiva di meditazione.» — Jean Davis, in Kopytin & Rugh (2017)
7. Implicazioni per la pratica arteterapeeutica
Tradurre questa prospettiva in pratica clinica richiede alcune considerazioni metodologiche che Davis articola con chiarezza e che la ricerca recente contribuisce ad affinare.
7.1 Setting e progressione
Il passaggio dal setting indoor all’outdoor va preparato con cura, in particolare con clienti che presentano ansia sociale o trauma. Davis suggerisce di iniziare con sessioni brevi in ambienti protetti e familiari — un giardino, un cortile, una terrazza — prima di proporre spazi naturali più aperti. La progressione graduale permette di costruire la “mappa di sicurezza” ecologica del cliente, identificando gli ambienti naturali che risuonano positivamente e quelli che attivano difese.
La scelta del soggetto da disegnare può inizialmente essere guidata dal terapeuta, con proposte che bilancino complessità percettiva e accessibilità emotiva: una foglia singola prima di un paesaggio, una corteccia prima di una foresta. Nel tempo, la scelta autonoma del soggetto diventa essa stessa un dato clinico: cosa sceglie di guardare il cliente? Cosa evita?
7.2 Documentazione e riflessione
Davis propone un protocollo sistematico di documentazione emotiva: il cliente registra brevemente, prima e dopo ogni sessione, il proprio stato emotivo e corporeo. Questo doppio ancoramento — pre e post — rende visibile la trasformazione prodotta dall’incontro con la natura e dal processo di disegno, costruendo nel tempo una narrativa di cambiamento che rinforza la motivazione terapeutica.
La riflessione verbale successiva al disegno può esplorare non solo “come mi sono sentito” ma anche “cosa mi ha colpito di questo soggetto”, “cosa ho faticato a guardare”, “cosa mi ha sorpreso”. Queste domande aprono finestre sulla vita interiore del cliente che la sola verbalizzazione diretta spesso non consente.
7.3 Competenze del terapeuta
L’arteterapeuta che intende lavorare con il disegno della natura deve aver attraversato lui stesso questa pratica. Davis è esplicita: la propria indagine personale di un anno — documentare le emozioni prima e dopo ogni sessione di disegno all’aperto, in tutte le stagioni — è stata la formazione più significativa ricevuta. Questo suggerisce che la supervisione e la formazione continua in questo ambito debbano includere esperienze di pratica diretta in natura, non solo formazione teorica.
8. Conclusione: l’arte come forza della natura
Il disegnare la natura è, nella prospettiva dell’eco-art therapy, molto più di una tecnica. È un atto epistemologico — un modo di conoscere il mondo attraverso la mano e l’occhio — e un atto relazionale — un modo di entrare in contatto con la realtà più antica e più grande di noi. Per i clienti che hanno perso il contatto con il proprio corpo, con gli altri o con il senso del vivere, la pratica di fermarsi davanti a una quercia e cercare di renderla sulla carta può diventare un punto di ri-orientamento fondamentale.
La convergenza tra evidenze neuroscientifiche (Miyazaki, Kaplan, Atchley), pratiche cliniche consolidate (Davis, Kopytin) e nuove correnti dell’eco-art therapy internazionale (AATA, BAAT) indica che il campo è maturo per una maggiore integrazione nei protocolli di trattamento standard. L’arteterapeuta che sceglie di portare il lavoro all’aperto non si discosta dalla clinica: la approfondisce, portando il cliente a contatto con il più potente co-terapeuta disponibile.
«L’arte è una forza della natura, non una forma di controllo della natura.» — Shaun McNiff, in Kopytin & Rugh (2017)
Disegnare la natura significa, in definitiva, accordarsi alla stessa frequenza dell’esistente: lenta, ciclica, resiliente. È questa frequenza — più che qualsiasi tecnica specifica — che guarisce.
Riferimenti bibliografici
Atchley, R. A., Strayer, D. L., & Atchley, P. (2012). Creativity in the wild: Improving creative reasoning through immersion in natural settings. PLOS ONE, 7(12), e51474.
Basu, A., Duvall, J., & Kaplan, R. (2019). Attention Restoration Theory: Exploring the role of soft fascination and mental bandwidth. Environment and Behavior, 51(9-10), 1055–1081.
Davis, J. (2017). Drawing nature. In A. Kopytin & M. Rugh (Eds.), Environmental Expressive Therapies: Nature-Assisted Theory and Practice (pp. 88–107). Routledge.
Kang, M. et al. (2021). Nature-based art therapy and its effects on stress, attention, and self-esteem in adolescents. Journal of Environmental Psychology.
Kaplan, R., & Kaplan, S. (1989). The Experience of Nature: A Psychological Perspective. Cambridge University Press.
Kopytin, A., & Rugh, M. (Eds.) (2017). Environmental Expressive Therapies: Nature-Assisted Theory and Practice. Routledge.
Li, Q. et al. (2019). Effects of forest bathing (shinrin-yoku) on levels of cortisol as a stress biomarker: A systematic review and meta-analysis. International Journal of Biometeorology, 63(8), 1117–1134.
McNiff, S. (2017). Foreword. In A. Kopytin & M. Rugh (Eds.), Environmental Expressive Therapies (pp. xi–xv). Routledge.
Miyazaki, Y. (2018). Shinrin Yoku: The Japanese Art of Forest Bathing. Timber Press.
Tsunetsugu, Y., Park, B. J., & Miyazaki, Y. (2010). Trends in research related to “Shinrin-yoku” in Japan. Environmental Health and Preventive Medicine, 15(1), 27–37.
American Art Therapy Association (AATA). (2023). Eco-Art Therapy: Deepening Connections with the Natural World. arttherapy.org
Frontiers in Psychology. (2025). Exploring nature-based art therapy: a scoping review. doi:10.3389/fpsyg.2025.1522629


