L’art journal come strumento analitico: dal Liber Novus alla pratica clinica contemporanea

Quando Gabrielle Javier-Cerulli aveva poco più di trent’anni e lavorava come direttrice della comunicazione per un’organizzazione culturale, realizzò che qualcosa non andava. Amava la missione dell’organizzazione, ma si sentiva troppo lontana dall’azione. Il suo vero sé voleva essere un’artista, una creativa, non un’amministratrice. Decise di ottenere un Master in Expressive Arts Therapy, ma anche dopo la laurea, la sua anima le stava dicendo qualcosa: creare arte con gli altri? Sì. Aiutare le persone? Sì. Fare la terapeuta individuale? No. Da quel conflitto interiore nacque la sua vocazione di consulente archetipica e il suo libro Art Journal Your Archetypes.

Quasi un secolo prima, un altro professionista della psiche aveva vissuto un conflitto interiore ben più drammatico. Nel 1913, Carl Gustav Jung intraprese una discesa nelle profondità dell’inconscio che durò diciassette anni, e ne uscì con il Libro Rosso – il Liber Novus – il documento più straordinario del rapporto tra arte e psiche mai prodotto da uno psicologo. Questo articolo esplora come l’eredità del Libro Rosso possa essere tradotta in una pratica contemporanea accessibile e potente: l’art journal archetipico come strumento analitico.


Parte prima: Il modello originario – dal Liber Novus all’art journal

1. Il Libro Rosso: coraggio, visione, creazione

Il Liber Novus è molto più di un capolavoro dell’arte visionaria. È il resoconto visivo e scritto del confronto di Jung con le immagini del proprio inconscio, avvenuto tra il 1913 e il 1930. Contiene oltre 400 pagine e 53 dipinti, e documenta un processo psicologico di straordinaria intensità. Jung dovette aggrapparsi al tavolo per non cadere a pezzi; si preoccupava di stare facendo una schizofrenia. Eppure da quell’esperienza nacquero gli archetipi, l’inconscio collettivo, il processo di individuazione, l’immaginazione attiva.

Le figure che popolano il Libro Rosso – Filemone, il vecchio saggio con ali di martin pescatore; Salome, la giovane donna cieca che rappresenta l’Anima; le visioni apocalittiche del 1913 che prefigurarono la Prima Guerra Mondiale – non erano semplici fantasie, ma entità autonome della psiche oggettiva. Jung dipingeva mandala quando si sentiva frammentato: l’atto di dipingere il cerchio teneva insieme la psiche. Dopo ogni fase di comprensione, creava un’immagine che la sigillava.

Alla fine del processo, Jung invitava tutti i suoi pazienti e amici a fare altrettanto: incontrare le proprie figure interiori e dare loro forma. È questo invito che l’art journal archetipico raccoglie e traduce in pratica contemporanea – non per imitare Jung, ma per riprendere il principio fondamentale del suo gesto: creare uno spazio visivo ricorrente in cui l’incontro con le proprie immagini interiori possa avvenire in modo spontaneo e cumulativo nel tempo.

2. Cos’è un art journal e cosa non è

Un art journal è esattamente ciò che sembra: un diario in cui si fa arte. È semplicemente un luogo in cui creare. Non ci sono regole. Può essere un luogo di riflessione e persino terapeutico, oppure no. Può nutrire l’anima, oppure no. Ci possono essere parole nelle pagine, oppure no. Si possono usare mezzi tradizionali, o sperimentare con ink spray, stencil, elementi cuciti, lettering, gesso, fotografie alterate. Può essere di qualsiasi dimensione. Può essere un libro rilegato o fogli sciolti tenuti insieme da una clip.

Javier-Cerulli fa una distinzione importante tra art journal orientato al risultato e art journal orientato al processo. Il primo si concentra sull’aspetto estetico della pagina finita; il secondo sul viaggio creativo stesso, indipendentemente dal risultato. In contesto terapeutico, l’art journal orientato al processo è generalmente più indicato: l’attenzione si sposta dal prodotto all’esperienza, liberando il paziente dalla pressione del giudizio estetico.

Un punto che Javier-Cerulli sottolinea con onestà rinfrescante: non è vero che tutti sono artisti o che tutti desiderano esprimersi creativamente. Come consulente archetipica, attesta che la maggioranza dei suoi clienti non ha l’Artista tra i propri archetipi. Ma anche chi non si definirebbe mai artista può trovare nell’art journal un’attività gratificante e rivelatrice. Bastano 15–30 minuti per creare una pagina che riduca lo stress e apra una finestra sull’interiorità.

Parte seconda: Scoprire i propri archetipi guida

3. Il questionario dei 33 quesiti e i 33 archetipi

Il cuore del metodo di Javier-Cerulli è un questionario di 33 domande, ciascuna corrispondente a un archetipo specifico. Le domande esplorano pattern comportamentali profondi: “Hai bisogno di momenti di solitudine? Preferisci stare da solo senza sentirti solo?” (l’Eremita). “Usi spesso l’umorismo? Alleggerisci le situazioni pesanti con le battute?” (il Comico). “Sei profondamente connesso alla natura, al mare, ai boschi? Se non li frequentassi spesso, saresti di cattivo umore?” (il Nature Guy/Gal). “Hai un pattern di andare controcorrente e vivere diversamente dal mainstream?” (il Ribelle).

Per ciascuna domanda il partecipante assegna un punteggio da 1 a 5. I punteggi più alti (4 e 5) identificano gli archetipi guida – tipicamente otto, con variazioni da sei a dieci. I 33 archetipi del sistema di Javier-Cerulli includono: Avvocato, Artista, Comico, Detective, Ingegnere, Bambino Eterno, Dea, Guaritore, Edonista, Eremita, Giudice, Liberatore, Amante, Mentore, Madre/Padre, Mistico, Nature Guy/Gal, Networker, Performer, Pioniere, Principe/Principessa, Regina/Re, Ribelle, Soccorritore, Scriba, Cercatore, Narrastorie, Studente, Insegnante, Visionario, Guerriero e Scrittore.

È fondamentale rispondere come la persona che si è ora, non come quella che si vorrebbe essere. Javier-Cerulli avverte: bisogna distinguere tra desiderare un archetipo e incarnarlo realmente. L’energia archetipica è fluida e può cambiare gradualmente nel tempo per maturazione, eventi di vita o trasformazioni interiori – ma il questionario fotografa il momento presente.

4. L’Ombra archetipica: ciò che il punteggio basso rivela

Il questionario identifica principalmente gli archetipi dominanti – i punteggi alti. Ma per l’arteterapeuta junghiano, i punteggi bassi sono altrettanto significativi. Ogni archetipo ha un polo luminoso e un polo oscuro: la Madre può essere nutrice ma anche soffocante; il Guerriero può essere protettore ma anche aggressore; il Giudice può portare discernimento ma anche critica distruttiva. Javier-Cerulli descrive il Giudice come colui che è opinionato e critico verso gli altri, e condivide i propri giudizi apertamente – un archetipo scomodo da riconoscere in sé, ma fondamentale per l’integrazione.

Gli archetipi che il paziente non riconosce in sé sono spesso quelli che proietta sugli altri. Un paziente fortemente identificato con il Ribelle che rifiuta la Regina potrebbe beneficiare di un lavoro sull’autorità interiore. Una paziente che si riconosce nella Guaritrice ma nega il Giudice potrebbe star nascondendo la propria criticità sotto una maschera di accoglienza. L’art journal diventa lo spazio sicuro in cui dare forma visiva all’archetipo rifiutato – il primo passo per integrarlo. È il lavoro con l’Ombra applicato al sistema archetipico.

Parte terza: Lo studio d’arte – materiali, superfici, gesti

5. Scegliere il proprio libro: un atto simbolico

Javier-Cerulli raccomanda i Visual Journals di Strathmore, disponibili in due formati: 23×30 cm o 20×14 cm, con rilegatura a spirale che permette di aprire il journal su una singola pagina nascondendo quella opposta. La carta deve essere pesante – almeno 140 lb (300 gsm) – per reggere tutti i materiali: colla, acrilici, ink spray, gesso. I journal Dylusions offrono un’alternativa più grande. Per chi preferisce non usare un journal rilegato, fogli sciolti di carta pesante (mixed-media o acquerello) possono essere rilegati successivamente con anelli, filati o cuciture.

Jung scelse un grande volume rilegato in pelle rossa – un libro che potesse contenere il peso delle sue visioni. Per il paziente in arteterapia, la scelta può essere più modesta ma non meno significativa. L’arteterapeuta può accompagnare questa scelta come primo atto del percorso, esplorando con il paziente cosa desidera dal suo spazio creativo: protezione (copertina rigida), libertà (fogli sciolti), continuità (pagine cucite). La scelta del supporto è già un atto diagnostico: rivela il rapporto del paziente con il contenimento, il controllo, la libertà.

6. Materiali e qualità archetipiche

Javier-Cerulli dedica un’intera sezione del suo libro ai materiali, organizzandoli per funzione: strumenti di mark-making (pennarelli Copic, china markers, matite acquerellabili, Inktense Blocks Derwent, penne Uni-ball Signo bianche), pennelli (piatti, tondi, filbert, ventaglio, angolo, liner), brayer per applicare pittura e gesso, e una vasta gamma di colori e effetti (acrilici Golden, ink spray Dylusions, PanPastels, QoR Watercolors, acrilici Silks con finitura mica, smalto per unghie, tè e succo di melograno).

Per l’arteterapeuta junghiano, questa diversità di materiali non è un catalogo di prodotti ma una tavolozza di qualità psicologiche. I materiali fluidi – acquerelli, inchiostri diluiti, ink spray – si prestano a esplorare l’archetipo dell’Anima: richiedono abbandono, accettazione del caso, capacità di lasciar fluire. I materiali solidi e grafici – matite, china markers, pennarelli con tratto definito – convocano l’Animus: struttura, definizione, controllo. Le PanPastels offrono un effetto morbido, quasi tattile, adatto al lavoro con il Mistico o con l’Eremita. I blocchi Inktense, una volta bagnati, diventano permanenti e non si possono più modificare – una qualità che richiama l’irreversibilità delle scelte del Pioniere.

Tra i materiali per creare effetti aggiuntivi, Javier-Cerulli include il gesso nero (per sfondi cupi e profondi – evocativo dell’Ombra), il gesso trasparente (che aggiunge texture senza colore – come una presenza invisibile ma percepibile), il Clear Tar Gel (che crea effetti sgocciolanti alla Jackson Pollock – l’irruompere dell’inconscio), e il Glass Bead Gel (effetto luminescente grossolano – il numinoso che brilla attraverso la materia).

7. Stencil archetipici: il pattern incontra la mano

Javier-Cerulli ha sviluppato un sistema di corrispondenze tra stencil e archetipi che è clinicamente suggestivo. Confessa che non riesce a smettere di pensare in termini di archetipi: quando un’amica si lamenta del capo, chiede subito se è la Regina, la Madre o l’Ingegnere. Lo stesso vale per gli stencil: ogni forma geometrica, ogni motivo, le parla di un archetipo specifico.

Ingranaggi e progetti per l’Ingegnere. Cuori e fiori per il Lover. Mappe e veicoli d’epoca per il Pioniere. Mandala sacri, chakra e Sri Yantra per il Mistico. Uccelli in volo e alberi per il Nature Guy/Gal. Corone e sagome femminili eleganti per la Regina. Indicazioni stradali e paesaggi zen per il Cercatore. Cerchi connessi e pattern aborigeni per il Networker. Per l’arteterapeuta, invitare il paziente a scegliere i propri stencil prima di conoscerne l’associazione archetipica può rivelare affinità profonde: la scelta spontanea parla il linguaggio dell’inconscio.

Parte quarta: Tecniche per l’esplorazione archetipica

8. Le 26 dimostrazioni: un repertorio per il terapeuta

Il cuore pratico del libro di Javier-Cerulli sono 26 dimostrazioni passo-passo, ciascuna collegata a uno o più archetipi. L’Altered Magazine Image insegna a prendere un’immagine da rivista, alterarla con gesso, Inktense e acrilici fino a farla diventare espressione di un archetipo personale. Il Layering Stencils mostra come sovrapporre stencil per creare composizioni stratificate. Il Two-Color Challenge lavora con colori complementari – gli opposti sulla ruota cromatica – come metafora visiva della tensione degli opposti junghiana. L’Altered Postcards trasforma cartoline ricevute in pagine di journal attraverso gesso nero, carteggiatura, stencil e flogging. Il Gelli Plate Printing crea impronte monoprint accidentali. I Ripped Collage Layers usano carta strappata e vetrini da microscopio. Gli Origami Dresses creano vestiti in miniatura per diversi archetipi. Le Whimsical Gals sono figure fantastiche disegnate come incarnazioni archetipiche. Le Collage Figures costruiscono personaggi da frammenti di riviste.

Per l’arteterapeuta, queste tecniche non sono ricette da applicare meccanicamente, ma inviti da adattare al contesto clinico. Ciascuna ha una qualità psicologica specifica: le tecniche che richiedono controllo (origami, stencil precisi) convocano l’Animus; quelle che richiedono abbandono (Gelli Plate, ink spray, flogging) invitano l’Anima. Alternare le due tipologie può aiutare il paziente a sperimentare entrambe le polarità.

9. Il layering come individuazione visibile

La tecnica del layering – stratificare gesso, colore, scrittura, nuovi strati di immagini – merita un approfondimento particolare perché è la più junghiana di tutte. Permette di costruire pagine stratificate come la psiche stessa, dove il passato non scompare ma viene trasformato e integrato. I layer profondi – i primi strati di gesso, i fondi acrilici – sono come l’inconscio: non sempre visibili ma sempre presenti sotto la superficie. I layer superficiali – i dettagli finali, le parole aggiunte per ultime – sono come la coscienza.

In contesto terapeutico, il layering può essere utilizzato per lavorare con la storia del paziente: uno strato per il passato (immagini, parole, colori che lo rappresentano), coperto da uno strato per il presente, e poi un terzo per il futuro desiderato. La pagina finita mostra tutti e tre i livelli in un’unica immagine integrata. Ogni strato copre il precedente senza cancellarlo – come nella vita psicologica, si integra, si trasforma, rimane come sedimento sotto la superficie. Questo processo visivo rende comprensibile, in modo non verbale, il concetto junghiano di individuazione come integrazione cumulativa degli opposti.

La scrittura convive con le immagini nella pagina dell’art journal. Non si tratta di spiegare le immagini, ma di aggiungere un’altra voce al dialogo interiore. Spesso sono le parole scritte di getto quelle che rivelano il nucleo vivo del processo – esattamente come le calligrafie che Jung intrecciava ai suoi dipinti nel Liber Novus.

Parte quinta: Undici voci, undici percorsi

10. Gli artisti e i loro archetipi: una polifonia

Uno degli aspetti più originali del libro è l’inclusione di undici artisti professionisti che mostrano come attingono ai propri archetipi. Nathalie Kalbach, autodidatta tedesca trasferitasi negli USA, incarna Artista, Insegnante, Pioniere, Ribelle e Giudice: le sue pagine usano pennarelli, acrilici, gesso, stencil e ritagli di rivista. Racconta che insegnare alle persone come esprimere sé stesse e liberarle dal blocco creativo è il suo modo di vivere gli archetipi di Artista e Liberatrice.

Orly Avineri, artista israeliana formata nei Paesi Bassi, incarna Visionaria, Narratrice, Liberatrice, Pioniera e Guerriera. Le sue pagine usano acrilici, penne, carta da collage, carta carbone, carta vetrata e pelature. Racconta che le sue pagine sono complete quando almeno uno dei suoi archetipi emerge dall’anonimato alla piena visibilità – e spesso trova tracce di tutti in un’unica pagina. Jessica Sporn, ex attrice e avvocata divenuta artista, incarna Mistica, Madre, Regina e Performer: si sente autentica e in pace quando crea e insegna arte.

Questa polifonia è clinicamente significativa: dimostra che non esiste un modo giusto di fare art journal archetipico. Ciascun artista esprime il medesimo archetipo in modi radicalmente diversi. Mostrare questa pluralità ai pazienti scioglie la paura del giudizio estetico e sposta l’attenzione dal prodotto al processo.

Parte sesta: L’art journal nella pratica clinica

11. Tra le sessioni: continuità e filo narrativo

L’art journal può essere uno strumento potente nel contesto arteterapeutico, sia come pratica da svolgere tra una sessione e l’altra, sia come oggetto su cui lavorare direttamente in seduta. Incoraggiare i pazienti a tenere un art journal archetipico – anche solo quindici minuti al giorno, come suggerisce Javier-Cerulli – crea una continuità tra le sessioni, un filo narrativo che l’inconscio costruisce nel tempo.

Il terapeuta può lavorare con queste pagine come farebbe con i sogni: esplorando le immagini ricorrenti, le associazioni, i cambiamenti nel tempo. Come ha osservato Javier-Cerulli, rivedendo le pagine del proprio art journal si possono vedere pattern emergere nel tempo – pattern che possono essere il proprio stile artistico che emerge e brilla, oppure segni dell’inconscio che chiede attenzione. Per l’arteterapeuta junghiano, questi pattern sono leggibili come serie archetipiche, analogamente alle serie oniriche studiate nella ricerca sull’Analisi Strutturale dei Sogni.

L’art journal funziona anche come oggetto transizionale nel senso winnicottiano: un oggetto che il paziente porta con sé, che appartiene allo spazio intermedio tra la relazione terapeutica e la vita autonoma. Come il Libro Rosso accompagnò Jung per diciassette anni, così il Libro Rosso personale del paziente può accompagnare il suo percorso ben oltre la durata della terapia.

12. Le domande che aprono: dall’archetipo alla vita

Javier-Cerulli propone una serie di domande che possono guidare l’esplorazione dell’art journal: Che messaggio ha per te ciascun archetipo? Quale chiarimento puoi trarre per la tua carriera e le tue relazioni attuali? Come puoi essere più autentico con i tuoi archetipi come guide? Quale archetipo è stata la più grande sorpresa? C’era un archetipo che pensavi sarebbe stato tra i tuoi principali, ma non lo è? Come può ciascuno dei tuoi archetipi aiutarti a fare il prossimo passo?

Queste domande possono essere trasformate in prompt per pagine di art journal – inviti a creare immagini che esplorino la relazione con ciascun archetipo guida. Per l’arteterapeuta, rappresentano anche un framework per la riflessione post-sessione: ogni pagina prodotta dal paziente può essere letta alla luce di queste domande, cercando non risposte definitive ma aperture verso nuove comprensioni.

13. Indicazioni cliniche e confini

L’art journal archetipico è indicato per pazienti in percorsi di esplorazione identitaria, persone in fase di transizione, individui che cercano di riconnettersi con la propria creatività bloccata, e pazienti con disturbi d’ansia che beneficiano della strutturazione offerta dal framework archetipico. Come osserva Javier-Cerulli, l’art journaling tende a ridurre lo stress e i livelli di ansia, anche in sessioni brevi.

Alcune cautele sono necessarie. Per pazienti con strutture di personalità fragili o con tendenze dissociative, il lavoro con le figure dell’inconscio deve essere attentamente contenuto. Jung stesso era consapevole del rischio: la funzione trascendente richiede un grado sufficiente di forza dell’Io. L’art journal non è un sostituto della terapia, ma un suo complemento. L’arteterapeuta deve valutare caso per caso se e quando introdurlo.

Javier-Cerulli stessa ha scelto deliberatamente di lasciare il mondo della diagnosi e delle assicurazioni per portare le arti espressive al pubblico generale. L’art journal archetipico nasce in questo spirito: non come strumento clinico in senso stretto, ma come pratica di autoesplorazione che l’arteterapeuta può integrare nella pratica clinica con gli opportuni adattamenti – aggiungendo il contenimento terapeutico, la lettura junghiana delle immagini, e l’attenzione alla relazione transferale.

Conclusione: Il Libro Rosso alla portata di tutti

Il Libro Rosso di Jung fu un’impresa solitaria e rischiosa – condotta senza rete di sicurezza, nel buio dell’inconscio. L’art journal archetipico contemporaneo eredita lo spirito di quell’impresa ma lo traduce in una pratica più accessibile: il questionario offre una mappa, le 26 tecniche offrono un vocabolario, gli undici artisti offrono modelli plurali, il setting terapeutico offre il contenimento.

Ma il cuore del gesto resta lo stesso: aprire un libro, prendere un materiale, e lasciare che le immagini dell’inconscio trovino la loro strada verso la superficie. Non per produrre un’opera d’arte, non per illustrare una teoria, ma per scoprire ciò che ci rende unici – e da lì, cominciare a vivere più autenticamente. Come scrive Javier-Cerulli, con questa chiarezza arriva un livello di auto-accettazione che è il fondamento dell’amore di sé. L’art journal archetipico è il Libro Rosso alla portata di tutti: un luogo dove creare senza regole e senza errori, e dove l’anima trova, pagina dopo pagina, la propria voce.

Riferimenti bibliografici

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