Energia psichica, funzione trascendente e spazio immaginale nell’arteterapia junghiana

Esiste una forza che attraversa la psiche come l’acqua attraversa un letto di fiume. Esiste una funzione che trasforma il conflitto in simbolo, e il simbolo in nuova coscienza. Esiste uno spazio – né fisico né puramente mentale – in cui le immagini dell’inconscio possono manifestarsi e dialogare con l’Io. Questi tre concetti – energia psichica, funzione trascendente, spazio immaginale – costituiscono l’architettura invisibile dell’arteterapia junghiana. Senza comprenderli, si può usare l’arte in terapia, ma non si può praticare l’arteterapia nel senso più profondo del termine.

Questo articolo, destinato ad arteterapeuti e professionisti della salute mentale, esplora questi tre pilastri teorici così come emergono dal lavoro clinico e teorico di Nora Swan-Foster, integrandoli con contributi dalla tradizione junghiana classica, dalla ricerca dell’International Association of Analytical Psychology (IAAP) e dalle neuroscienze contemporanee. L’obiettivo non è solo teorico: ogni concetto viene esplorato nelle sue implicazioni dirette per la pratica clinica arteterapeutica.


Parte prima: L’energia psichica

1. Due modi di pensare, due tipi di energia

Jung distingueva due tipi fondamentali di pensiero: il pensiero diretto, logico, finalizzato alla risoluzione di problemi concreti; e il pensiero fantastico, che procede per immagini, associazioni libere, simboli. In arteterapia junghiana, quando invitiamo il paziente a dipingere il proprio «clima interiore» o a raffigurare due sentimenti opposti su due lati di un foglio, stiamo operando esattamente su questa frontiera: creiamo le condizioni perché il pensiero fantastico possa emergere e dialogare con la coscienza.

Questa distinzione non è solo teorica. Concretamente, significa che il lavoro creativo in terapia non deve essere guidato dall’ego – da un’intenzione precisa, da un risultato atteso – ma deve lasciare spazio a ciò che emerge spontaneamente. La tensione tra le due modalità è essa stessa generatrice di energia psichica. Quando il paziente è invitato a creare senza un fine predeterminato, il pensiero diretto si allenta e il pensiero fantastico può attivarsi: è in questa transizione che le immagini dell’inconscio trovano una via verso la superficie.

La ricerca contemporanea sul “wandering mind” – il vagare della mente – offre un parallelo neuroscientifico a questa intuizione junghiana. Come ha osservato Verena Kast in un contributo per l’IAAP, Jung aveva anticipato ciò che oggi viene studiato nel campo dei pensieri autogenerati: l’attività fantastica spontanea che emerge ogni volta che l’azione inibitoria della mente cosciente si attenua. In terapia, creare le condizioni per questo allentamento è un atto clinico preciso, non un’assenza di direzione.

2. La libido come forza vitale ampliata

Il concetto junghiano di energia psichica riprende quello freudiano di libido, ma lo amplia notevolmente. Per Jung l’energia psichica non è solo energia sessuale: è la forza vitale che anima tutta la psiche, il desiderio di vivere, di creare, di cercare significato. È un’energia che scorre attraverso la psiche come l’acqua attraverso un letto di fiume – e il letto del fiume sono gli archetipi, le strutture profonde che danno forma all’esperienza umana.

Questa energia può essere progressiva – orientata verso l’esterno, verso l’adattamento e la realizzazione – o regressiva – rivolta verso l’interno, verso il contatto con le radici profonde della psiche. In un processo terapeutico sano, entrambe le direzioni hanno valore: il momento regressivo non è un fallimento ma una necessità, un ritorno alle radici per attingere nuova forza. Per l’arteterapeuta, riconoscere la direzione del flusso energetico nel paziente è un’abilità clinica fondamentale: un paziente in fase regressiva ha bisogno di materiali e di tempi diversi rispetto a un paziente in fase progressiva. La creta, ad esempio, con la sua fisicità avvolgente, può essere più indicata nei momenti regressivi; la pittura su grande formato può accompagnare meglio la spinta progressiva.

Jung scriveva che quando la vita non può tollerare una stasi, si produce un ristagno dell’energia vitale che porterebbe a una condizione insopportabile se la tensione degli opposti non producesse una nuova funzione unificante che li trascende. Questa funzione nasce naturalmente dalla regressione della libido causata dal blocco. L’arteterapia offre precisamente un canale attraverso cui l’energia bloccata può trovare espressione simbolica, trasformando la stasi in movimento creativo.

3. La tensione degli opposti come motore

Uno dei principi centrali della psicologia junghiana è la tensione degli opposti. La psiche è strutturalmente bipolare: conscio e inconscio, Ego e Ombra, introversione ed estroversione, principio maschile e femminile. Questa tensione non è un problema da risolvere, ma il motore dell’energia psichica.

Swan-Foster presenta casi clinici in cui questa dinamica emerge con chiarezza. Dana, una delle pazienti descritte, porta in terapia immagini cariche di opposti violenti: luce e oscurità, caldo e freddo, vita e morte. L’arteterapeuta non cerca di “risolvere” questa tensione, ma di contenerla nello spazio terapeutico, permettendo al simbolo di emergere. È solo quando gli opposti sono entrambi riconosciuti e tenuti insieme che l’energia psichica può fluire creativamente.

Come ha sintetizzato l’IAAP, la coscienza e l’inconscio sono in una relazione di opposizione dinamica, che può essere conflittuale o creativa. L’Io tende a mantenere separati i contenuti consci e inconsci della psiche per evitare il conflitto che i loro movimenti dinamicamente opposti possono creare, producendo così una stasi psicologica. Ma poiché la vita non tollera la stasi, dalla tensione degli opposti emerge una nuova funzione unificante. Per l’arteterapeuta, il compito è creare le condizioni affinché questa emergenza possa avvenire – un compito che richiede pazienza, coraggio e la capacità di tollerare l’ambiguità.

4. Transfert, controtransfert e processo creativo

Il lavoro con l’energia psichica implica il riconoscimento di ciò che avviene nella relazione terapeutica. Il transfert – la proiezione sul terapeuta di contenuti psichici del paziente – e il controtransfert – la risposta emotiva del terapeuta – sono fenomeni energetici che investono anche il processo creativo. Un’immagine prodotta durante una sessione può essere il veicolo attraverso cui queste dinamiche relazionali diventano visibili e lavorabili.

Per l’arteterapeuta junghiano, prestare attenzione alla propria risposta interiore di fronte all’opera del paziente è parte integrante del lavoro clinico. La relazione Io-Sé del terapeuta stesso è considerata fondamentale durante l’interazione con il paziente: la procedura clinica include una componente imprevedibile che può non corrispondere a una metodologia definita dall’esterno, ma risponde al flusso vivo dell’energia psichica nella stanza di terapia. Questo aspetto distingue l’arteterapia junghiana da approcci più protocollari: il terapeuta non è un tecnico che applica una procedura, ma un partecipante consapevole a un campo energetico condiviso.

Parte seconda: La funzione trascendente

5. Il metodo sintetico: oltre la riduzione

Nell’analisi junghiana, accanto al metodo riduttivo – che riconduce i contenuti psichici alle loro cause passate – esiste il metodo sintetico, che guarda al futuro, alla direzione verso cui l’immagine o il sogno stanno conducendo la psiche. Il metodo sintetico non chiede “Perché hai dipinto questo?”, ma “Dove ti vuole portare quest’immagine?”. Questo spostamento di prospettiva è fondamentale per comprendere la funzione trascendente.

Nelle sessioni di arteterapia, il metodo sintetico si traduce in un modo specifico di stare con l’immagine: tornare a essa ripetutamente, esplorarla sia dal punto di vista soggettivo (le associazioni personali del paziente) sia oggettivo (il significato archetipico e collettivo), cercando le possibilità di ampliamento che l’immagine contiene. Mentre il metodo riduttivo chiude il cerchio interpretativo, il metodo sintetico lo apre: cerca non il perché ma il verso dove, non la causa ma il fine – la direzione teleologica dell’immagine.

Questo approccio finalista è una delle differenze più radicali tra la psicologia analitica e la psicoanalisi freudiana. Dove Freud guardava all’indietro, rintracciando nel passato le cause dei sintomi presenti, Jung enfatizzava la funzione prospettica dell’inconscio: i sogni e le immagini non sono solo tracce del passato, ma indicazioni sul futuro psicologico del paziente. Per l’arteterapeuta, questa prospettiva cambia radicalmente il modo di leggere le opere prodotte in seduta.

6. La funzione trascendente: il terzo vivente

La funzione trascendente è uno dei concetti più originali e fecondi di Jung. Non indica nulla di soprannaturale: il termine “trascendente” si riferisce al fatto che questa funzione trascende – supera, va oltre – la divisione tra conscio e inconscio. È la capacità della psiche di creare un terzo elemento che integra gli opposti, generando nuova coscienza.

Jung la descrisse nel 1916 come il confronto tra due posizioni che genera una tensione carica di energia e crea un terzo vivente – non un aborto logico secondo il principio del tertium non datur, ma un movimento fuori dalla sospensione tra gli opposti, una nascita vivente che conduce a un nuovo livello di essere, una situazione nuova. Jeffrey Miller ha definito la funzione trascendente come il nucleo della teoria junghiana della crescita psicologica e il cuore dell’individuazione: ogni idea, attitudine o immagine nella coscienza ha un’esistenza opposta nell’inconscio. Questi due opposti lottano in una sorta di danza polarizzata, ma se vengono tenuti in una tensione oscillante, emerge un terzo elemento essenzialmente diverso dalla somma dei due.

Concretamente, la funzione trascendente si attiva quando il paziente riesce a tenere insieme la tensione tra la posizione dell’Io (ciò che sa, ciò che vuole, ciò che teme) e il contenuto che emerge dall’inconscio attraverso l’immagine. In quel momento di tensione vissuta, qualcosa di nuovo può nascere: un insight, un’immagine, un cambiamento di attitudine. L’immagine creativa diventa il ponte tra i due livelli della psiche. Come ha scritto l’analista Robert Mathews, la creatività sorge da un’interazione tra inconscio e coscienza che produce, in un momento essenziale, immagini simboliche.

7. L’arteterapia come spazio della funzione trascendente

Swan-Foster mostra attraverso diversi casi clinici come la funzione trascendente si manifesti nel lavoro arteterapeutico. Julie porta in terapia un sogno ricorrente di acqua che sale. Quando inizia a dipingere l’acqua, invece di cercare di controllarne la forma, si lascia guidare dal materiale – l’acqua dell’acquerello, le sue fusioni imprevedibili. A poco a poco, l’immagine del pericolo si trasforma nell’immagine di un’immersione, poi di un nuoto. La funzione trascendente ha lavorato attraverso il gesto creativo: il terzo vivente è emerso non da un’interpretazione verbale, ma dal dialogo tra la mano, il materiale e l’inconscio.

Per l’arteterapeuta, creare le condizioni affinché la funzione trascendente possa attivarsi significa: offrire materiali che permettano l’espressione spontanea, non interferire prematuramente con interpretazioni, accompagnare il paziente nel tollerare la tensione senza risolverla in fretta. Florence Cane, pioniera dell’arteterapia americana fortemente influenzata da Jung, aveva intuito questo principio quando insegnava ai suoi studenti a dipingere non dall’ego ma dall’inconscio.

Il processo coinvolge azione e sofferenza, come Jung stesso sottolineava. Dobbiamo agire – rispondere alle esigenze dell’inconscio prendendoci cura dei nostri sogni, praticando l’immaginazione attiva, riflettendo sulle sintonicità della vita quotidiana. Ma poiché l’inconscio agisce generalmente in modo compensatorio rispetto al nostro orientamento cosciente, questi prodotti della vita interiore spesso confliggono con la mente dell’Io. Il risultato è la tensione degli opposti, e per favorire lo sviluppo della funzione trascendente dobbiamo tenere questa tensione. Tenerla non è piacevole né facile: per questo soffriamo. Ma il sollievo arriva quando il processo alchemico “cuoce” all’interno della psiche.

8. Il simbolo come contenitore e indicatore

Jung connette la formazione dei simboli con la tensione degli opposti e con la funzione trascendente che ne risulta. Nell’intensità del disturbo emotivo stesso risiede l’energia di cui il paziente avrebbe bisogno per rimediare allo stato di adattamento ridotto. Questa intuizione è straordinaria nella sua implicazione clinica: l’energia per la guarigione non va cercata altrove, ma sta già dentro il sintomo, dentro il conflitto, dentro la tensione che il paziente porta in seduta.

Il simbolo, in questa prospettiva, ha una doppia funzione: è insieme contenitore e indicatore. Come contenitore, il simbolo raccoglie e tiene insieme gli opposti in conflitto, impedendo che la tensione si scarichi in modo distruttivo. Come indicatore, il simbolo punta verso una realtà nuova, al di là della tensione: è, nelle parole di Marion Woodman, sia il contenitore dello scontro degli opposti sia il puntatore verso una nuova realtà che si trova oltre la tensione.

Per l’arteterapeuta, questa doppia natura del simbolo ha conseguenze pratiche immediate. L’immagine prodotta dal paziente non va né forzata verso un’interpretazione (che la ridurrebbe a segno), né lasciata nel vago (che ne disperderebbe l’energia). Va tenuta – come si tiene un oggetto prezioso – nella tensione tra ciò che mostra e ciò che nasconde, tra ciò che il paziente riconosce e ciò che non riconosce ancora. I simboli sono sovradeterminati: possiamo sempre guardarli di nuovo, prenderli come punto di partenza per immaginazioni e formazioni e trovare nuovi significati per le nostre vite.

Parte terza: L’immaginazione e lo spazio immaginale

9. L’immaginazione: molto più che fantasia

Nella cultura contemporanea, l’immaginazione è spesso relegata al regno del capriccioso, del non-serio. In arteterapia junghiana, invece, l’immaginazione è una facoltà centrale, indispensabile, e profondamente rispettata. Non si tratta semplicemente di fantasia o di sogni a occhi aperti: l’immaginazione, nel senso junghiano, è la capacità della psiche di produrre immagini che portano in sé contenuti dell’inconscio – messaggi, energie, possibilità trasformative.

Swan-Foster ripercorre la storia filosofica dell’immaginazione, ricordando come sia stata considerata dai pensatori antichi come una facoltà di mediazione tra il sensibile e il soprasensibile. Il filosofo islamico medievale Ibn Arabi aveva parlato di un mundus imaginalis – un “mondo immaginale” – come dimensione reale, intermedia tra il visibile e l’invisibile. James Hillman, erede critico di Jung, ha ripreso questa tradizione ricordando agli arteterapeuti che se la psiche è immagine, allora le immagini con cui lavoriamo non sono mere produzioni soggettive: sono incontri con l’anima.

Questa genealogia filosofica non è un esercizio erudito: fonda la dignità epistemologica dell’immaginazione come forma di conoscenza. Per l’arteterapeuta junghiano, le immagini che emergono in seduta non sono illustrazioni di stati d’animo, né semplici proiezioni di conflitti intrapsichici: sono manifestazioni della psiche che hanno un’autonomia e una verità proprie. Trattarle con rispetto – non ridurle, non spiegarle, ma starci con – è il primo atto clinico dell’arteterapia junghiana.

10. Immaginazione produttiva e immaginazione distruttiva

Non tutta l’immaginazione ha lo stesso carattere. Swan-Foster distingue tra immaginazione produttiva e immaginazione distruttiva. L’immaginazione produttiva è quella che genera simboli vivi, che apre nuove possibilità, che porta energia creativa. L’immaginazione distruttiva, invece, può rinforzare dinamiche nevrotiche, alimentare paure e ossessioni, chiudere invece di aprire.

Nei casi clinici presentati da Swan-Foster, Ellen porta immagini che inizialmente sembrano condurla sempre nello stesso luogo – un cerchio che si chiude, un labirinto senza uscita. Il compito dell’arteterapeuta non è quello di “correggere” queste immagini, ma di creare le condizioni perché l’immaginazione produttiva possa emergere: introducendo un nuovo materiale, variando il formato, o semplicemente restando presente nel silenzio con l’immagine. La distinzione tra immaginazione reale e immaginario è stata approfondita anche nell’ambito della teoria della funzione trascendente: solo l’immaginazione reale, o simbolica, conduce alla formazione di simboli attraverso l’operazione della funzione trascendente tra gli opposti di presenza e assenza. L’immaginario, al contrario, è un uso difensivo dell’immaginazione per negare la presenza dell’assenza.

Questa distinzione è clinicamente cruciale. Quando un paziente produce ripetutamente le stesse immagini senza che avvenga alcuna trasformazione, l’arteterapeuta deve chiedersi se l’immaginazione in gioco sia produttiva o difensiva – e intervenire non sull’immagine, ma sulle condizioni che permettono o impediscono il lavoro simbolico. Spesso, è la qualità della presenza del terapeuta a fare la differenza: una presenza che non giudica e non interpreta, ma che tiene lo spazio aperto perché qualcosa di nuovo possa emergere.

11. La neuropsicologia dell’immaginazione

Non solo la tradizione psicoanalitica, ma anche la neuropsicologia moderna offre elementi preziosi per comprendere l’importanza dell’immaginazione nel lavoro terapeutico. Ricerche sul cervello plastico hanno mostrato che immaginare un’azione produce cambiamenti neurologici paragonabili a quelli prodotti dall’esecuzione fisica dell’azione stessa. Quando un paziente immagina di disegnare qualcosa, il suo sistema nervoso si attiva in modo simile a come si attiverebbe se stesse davvero disegnando.

Questo dato neuroscientifico è straordinario per l’arteterapia: significa che l’immaginazione non è un’attività “solo mentale” o “irreale”, ma un’operazione trasformativa che coinvolge il corpo intero. La creazione di immagini in terapia è dunque un intervento che agisce a livello neurologico, emotivo e simbolico contemporaneamente. Le tecniche come l’immaginazione, la pittura, i giochi di ruolo, il sandplay e altre usate nella terapia junghiana trovano nelle neuroscienze una conferma della loro efficacia: collocare i complessi in uno spazio più ampio di significato consente una trasformazione creativa che opera simultaneamente su più livelli dell’esperienza.

La convergenza tra neuroscienze e psicologia analitica è uno dei sviluppi più promettenti della ricerca contemporanea. Dimostra che l’intuizione junghiana sulla natura corporea dell’immaginazione non era una speculazione filosofica, ma la descrizione accurata di un processo psicofisiologico reale. Per l’arteterapeuta, questo significa che ogni volta che un paziente crea un’immagine, sta compiendo un atto che modifica letteralmente la propria neurobiologia.

12. Lo spazio immaginale in terapia

Per Swan-Foster, creare uno spazio immaginale in terapia significa allestire un ambiente – fisico, relazionale, temporale – in cui l’immaginazione possa funzionare liberamente. Questo spazio si costruisce attraverso la qualità della presenza del terapeuta, la scelta dei materiali, il ritmo della sessione. In questo spazio, il paziente può incontrare le immagini che vengono da dentro, può “sedersi con esse”, può lasciarle dispiegare il loro senso. È uno spazio di gioco profondo, di incontro con l’anima.

Lo spazio immaginale è l’equivalente arteterapeutico di ciò che Jung chiamava il temenos – il recinto sacro, lo spazio protetto entro cui le forze dell’inconscio possono manifestarsi in sicurezza. Non è uno spazio neutro: è uno spazio carico, investito dall’energia psichica della relazione terapeutica e dall’intenzione consapevole del terapeuta di creare le condizioni per la funzione trascendente. Lo spazio immaginale è il luogo in cui i tre concetti esplorati in questo articolo convergono: l’energia psichica lo attraversa, la funzione trascendente vi opera, l’immaginazione vi si dispiega.

Allestire questo spazio è un’arte in sé. Richiede attenzione alla luce, ai materiali disposti nello studio, alla postura del terapeuta, al tono della voce. Ma soprattutto richiede una qualità di presenza interiore: la capacità del terapeuta di essere contemporaneamente presente e non invasivo, attento e non analitico, contenitivo e non direttivo. È in questo spazio – quando tutte le condizioni sono riunite – che il simbolo può nascere come terzo vivente, e il percorso di individuazione può compiere un nuovo passo.

Conclusione: L’arte come testimone della trasformazione

La funzione trascendente è intimamente legata al processo di individuazione. Ogni volta che un’immagine autentica emerge dalla tensione degli opposti e viene integrata nella coscienza, la psiche compie un piccolo passo verso la propria completezza. Per questo l’arteterapia junghiana non si limita a “far stare meglio” il paziente nell’immediato: accompagna un processo di lungo respiro, in cui l’arte è lo strumento e il testimone di una trasformazione profonda.

I tre concetti esplorati in questo articolo – energia psichica, funzione trascendente, spazio immaginale – non sono categorie separate ma aspetti di un unico processo. L’energia psichica genera la tensione degli opposti; la funzione trascendente trasforma questa tensione in simbolo; lo spazio immaginale è il luogo in cui questa trasformazione può avvenire. L’arteterapeuta junghiano è il custode di questo spazio e il facilitatore di questo processo – non il suo regista.

Come ha scritto Jung, la funzione trascendente non procede senza scopo: conduce alla rivelazione dell’essere umano essenziale, alla produzione e allo svolgimento della totalità originaria, potenzialmente nascosta nel seme germinale. L’arteterapia è uno dei modi più potenti in cui questo processo può essere facilitato – perché l’immagine, prima ancora della parola, è il linguaggio nativo della psiche.

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